Being human /3

Sto seduto e aspetto. Ho un telefono in mano, ma non richiami. Ho domande fatte, sospese nell’aria fredda, attraversata dal sole, ma non rispondi. Ho altre domande che si formano nella mia testa. Di nuovo? E’ cambiato qualcosa? Mi sbaglio?
Poi mi dico che non devo preoccuparmi. Che già ci siamo passati e già abbiamo affrontato il discorso. E che, probabilmente, non riesci a dare più di così. Forse per te è più facile quando si sorride, che quando si piange. Mi dico che non posso fartene una colpa: non tutti si trovano a loro agio nel dolore, come – a volte – il sottoscritto.
Sto seduto, le gambe a penzoloni, e ripenso a quando è stata l’ultima volta che ci siamo visti. Non è stato tanto tempo fa, ma da allora sembra passato un secolo. Cerco di ricordare quand’è stata l’ultima volta che mi hai scritto o mi hai chiamato. E’ passato veramente un secolo.
Esco. Al mio ritorno il telefono sarà ancora silenzioso. Non ho fretta, stavolta. Non ne voglio avere. Aspetto e vedo cosa succede, come suggeriva il buon Kurt. Il resto verrà da sé, in qualche modo, prima o poi.

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