Abele e il suo doppio danno vita a un duo

Abele si accese la sigaretta, pensieroso, mentre fissava lo schermo. Il doppio gli lanciò un’occhiata distratta, troppo concentrato su Call of Duty, per dargli importanza.
– Vuoi giocare? – chiese – Ancora un paio di morti e salgo di livello.
– No, grazie. Sono a posto così.
Abele sputò fuori il fumo, creando come un velo di nebbia tra sé e le immagini di morti virtuali, sparatorie virtuali, sangue virtuale.
– Che ti va di fare? – chiese il doppio.
– In effetti niente. Mi va di stare seduto qui e guardare il muro. O la libreria, non lo so.
– Uh. Sei in serata, eh?
Pensò all’ultima volta che non ci era stato, in serata. In realtà qualche occasione c’era stata, ma bastava poco per rientrarci, in serata. Pensò a cosa ce lo aveva portato, questa volta, e non è che le risposte tardassero ad arrivare: lui stesso, gli altri, lei. Sempre facile.
– Mi sa di sì – rispose.
Il doppio poggiò il joypad sulle gambe, lo sguardo trionfante che fissava sullo schermo i complimenti per essere salito di livello e avere guadagnato un sacco di cose nuove, tra armi, titoli e chissà cos’altro. Abele rigirò la sigaretta tra le dita e sorrise: sotto questo punto di vista lo invidiava, perché era decisamente più saggio di lui. Perché si incazzava come tutti – a volte più di tutti, – ma era comunque capace di godersi la vita. Sbottava, batteva i pugni sul tavolo e, cinque minuti dopo, gli era passata, come se non fosse mai arrivato. E tu restavi lì, con nelle orecchie le urla e lo stomaco attorcigliato, a vederlo ridere e scherzare e divertirsi, come se non fosse successo niente.
– Lo so cosa ti farebbe bene, fighetta – disse il doppio. – Prendi il microfono e canti le tue canzoncine strappalacrime, che ne dici? Di solito ti diverte.
– Di solito sì, è vero.
– Allora che aspetti?
– Non sono più capace.
– Vuoi farmi credere che sei diventato stonato di colpo?
– No, no. Ma non riesco più a cantare come prima. Non riesco più a raggiungere certe note.
– Scherzi?
– Magari.
– E come è possibile?
Abele guardò il fumo sollevarsi in alto, verso il soffitto, avvitandosi su se stesso, giocando con le correnti.
– Non lo so. So solo che ora canto e tutte le note alte mi diventano impossibili. La voce mi si strozza, la gola si chiude, sembro uno a cui hanno tirato il collo.
Il doppio scrollò le spalle e riprese a giocare, concentrato.
– So solo che non so più cantare – concluse Abele.
Il doppio non gli rispose. Sullo schermo la polvere si alzava, in quel deserto di pixel, e il rumore delle armi automatiche sembrava in grado di coprire qualsiasi cosa. Abele capì che il doppio non aveva deciso di giocare. Aveva deciso di non fare domande.
Per una volta gli fu grato.

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