Somewhere

Il vecchio è seduto su uno sgabello stretto e alto. Sembra scomodo, ma il suo sorriso serafico, sotto i baffi, non lascia trasparire niente, in merito.
Il suo baracchino è un carretto con una tettoia in legno; un bancone è ricavato da due assi e, dal lato opposto al suo, ci sono altri sgabelli. Sembra un venditore di ramen come ce ne sono in Giappone, come se ne vedono nei manga. Mi fa un cenno di saluto con il capo, gli occhi stretti dentro i quali è impossibile vedere, i capelli grigi corti, pettinati elegantemente all’indietro.
– Buongiorno – dice.
– Buongiorno a lei.
Le sue mani si muovono rapidamente e non vedo bene cosa sta preparando. Lui neanche guarda il suo lavoro, ma continua a sorridermi.
– Cosa vende?
– Un sacco di cose. Un sacco di cose. Per esempio, ora sto preparando dei ricordi. Ti interessano?
– Ne ho pure troppi. Anzi, se ne vuole comprare qualcuno…
Ride, scuotendo la testa. Poi solleva un barattolo verde e lo poggia sul bancone; l’etichetta giallastra reca una scritta. “Estate 2006”.
– Sicuro? – chiede, ancora.
– No, sono a posto così.
– Che ricordi hai, dell’estate 2006?
– La laurea. Il cambio di città. La mia partenza su una macchina così carica che sembravo uno di quei carri che attraversavano il West, durante l’età dell’oro. Il tratto dell’Appennino sotto il sole che batteva solo da una parte e, quando sono arrivato, avevo il braccio sinistro abbronzato e quello destro no.
– Sì, direi che sei decisamente a posto così.
Annuisco. Lui mi fa un cenno con la testa e io mi siedo su uno degli sgabelli. Mi sbagliavo: non sono scomodi. Ti senti sorretto e non ti pare che manchi l’equilibrio, nonostante siano così sottili.
Il vecchio guarda sotto il bancone, con attenzione,  poi tira fuori una piccola bottiglia. Ha un collo lunghissimo, stretto stretto, e una base tonda grande meno del mio pugno.
– Cos’è? – chiedo.
– Errori. Interessa?
– Non lo so. Li prendi o li dai?
– Ah non si sa. Non si può mai sapere, no? Non sai mai se quello che stai facendo è un errore o no, salvo rare eccezioni.
– Già.
– E quindi puoi prendere questa e darci una sorsata e vedere cosa succede. Magari riparerà a qualche tuo errore passato. O forse te ne farà fare di nuovi.
– Mh.
– Ti tenta, eh?
– Sì, molto. Ma sono bravissimo a commettere errori, senza che mi venga in aiuto la tua pozione miracolosa.
– E a porvi rimedio?
– Insomma. Vogliamo fare cinquanta e cinquanta?
Il vecchio annuisce e ricomincia a guardare sotto il bancone.
– Vada per il cinquanta e cinquanta.
Mi distraggo a guardare bambini che giocano a pallone, nel parco lì vicino. Quando sei piccolo è facilissimo fare amicizia. Leggi Topolino? Sei mio amico. Anzi, sei mio fratello. Saremo inseparabili. Perché non può essere così, crescendo?
– Ecco, che ne dici di questo?
Mette sul bancone un piattino blu decorato; sopra ci sono disposti dei biscotti di forma geometrica.
– Di cosa si tratta?
– Biscotti – risponde. – Mangiane uno, mentre continuo a cercare.
Lo guardo dubbioso, poi decido di tentare la sorte. La sorte sa di burro e pastafrolla. Sa di zucchero a velo, la sorte. Il vecchio sistema sul bancone una scatola in legno con sopra un pulsante.
– E’ quella di Matheson? – chiedo.
– No, non mi pare.
– E allora cos’è?
– Scuse.
– Per cosa?
– Avrai cose di cui scusarti, no?
– Qualcuna, certo.
– Eccole qua.
– Mh.
– Non ti convince?
– Non so. Ci sto pensando.
– Sei uno che si scusa?
– A volte pure troppo.
– E a volte?
– A volte no. Ma perché non ho capito di doverlo fare.
– Capisco.
– Ma se lo capisco…
– Certo.
Rimane in silenzio e io fisso il bottone.
– Se lo premo che succede? – chiedo.
– Non puoi saperlo, se non lo premi.
– Ma se lo premo e muore qualcuno, da qualche parte?
– Non succederà.
– Però farà delle scuse.
– Più o meno. Delle scuse che dovresti fare, saranno fatte.
– E io?
– E tu cosa?
– Io non le dovrò fare?
– Le farai, se premerai il pulsante.
– Sì, ma non sarò io personalmente a farle, giusto? Non dovrò dire “scusa”.
– Non proprio. Ma il gesto è quello, no?
– Forse. Ma non è impersonale?
– Un po’. Come sparare a qualcuno da mille metri di distanza, invece di colpirlo con un pugno sul naso.
– Sì, una cosa del genere. E non mi sembra giusto, ecco.
– E quindi che fare?
– Chiedere scusa personalmente?
– Di solito è la scelta migliore.
– Ecco.
– Però prendi questo – allunga una mano e mi passa un piccolo campanellino. – E’ un po’ di “te l’avevo detto”.
– Per cosa?
– Se le scuse dovessero andare male. Io te l’avevo detto che era meglio premere il pulsante.
Si lascia andare a una risata allegra, quasi contagiosa. Mi trattengo per non dargli la soddisfazione, ma un sorriso mi attraversa il viso, per quanto mi sforzi. Lui rimette a posto le sue cose, piano, con piccoli gesti precisi. Poi si sposta davanti al bancone e lo afferra per le maniglie di legno, sollevandolo sulle ruote. Fa un cenno di saluto e se ne va, lasciandomi lì, in mezzo alla strada. Un filo di vento si solleva, sento i grilli tra gli alberi e il cigolio delle ruote del bancone del vecchio che si allontana.
Mi volto e vado a chiedere scusa.

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2 risposte a Somewhere

  1. Raffaella ha detto:

    Sempre meglio, Fab. :*

  2. therealzen ha detto:

    Grazie. Ho dovuto far suonare il campanellino.

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