Most of the time, I know exactly where we all went

Il corridoio mi conduce a una porta bianca. Da dietro sento arrivare il suono di voci e di musica techno. Abbasso la maniglia ed entro nella mia vecchia classe del liceo: i banchi sono disposti a ferro di cavallo e i miei compagni stanno chiacchierando tra di loro. Il vecchio dai baffi curati mi sorride, dal posto che ai tempi apparteneva ad Antonio. Mi vado a sedere accanto a lui e so che non è giusto, perché io siedo dall’altra parte. Da fuori arriva una luce fastidiosa, chiarissima, mentre sento ancora la musica techno che risuona, ma non capisco da dove arrivi.
– Sei pronto? – chiede il vecchio, mentre mi passa un foglio di protocollo a quadretti.
– Oddio. Compito di matematica?
Lui annuisce e sento l’ansia salire. Ho  sempre fatto schifo, in matematica. Faccio ancora schifo adesso. Un misto di incapacità e di tendenza ad arrendersi troppo in fretta. Mi siedo composto, mi sudano le mani, ma soprattutto non capisco cosa ci faccio, io, lì: ho finito il liceo da un sacco di anni.
– Perché sei qui? – chiedo al vecchio dai baffi curati.
– LSD. Tu?
– Vodka, credo.
– Ah capisco.
La mia vecchia professoressa di matematica entra dalla porta, alzo la mano e lei mi guarda a malapena. Non le sono mai piaciuto, alla stronza.
– Mi scusi, ma non sono pronto. Non sapevo ci fosse un compito, oggi.
– Non saresti pronto neanche se lo avessi saputo – dice lei, sprezzante.
Non ha tutti i torti, tra l’altro. Ma non voglio passare altre due ore lì dentro, ad affrontare la dura realtà di quanto sia incapace di risolvere anche la più semplice delle equazioni lineari.
– Posso andare in bagno? – chiedo.
– Vai, ma fai in fretta.
Mi alzo e lascio l’aula di corsa, incrociando lo sguardo di Antonella, Mara ed Emanuela, quelle che erano state ribattezzate le tre Grazie e che non piacevano a nessuno, in classe. Mi ridono in faccia, lo sanno che sto cercando di scappare e che sono destinato a prendere un altro brutto voto. Le ignoro e attraverso la porta, ritrovandomi in mezzo alla folla. C’è troppa gente, quasi non vedo nulla e l’aria è calda, umida e soffocante. Un sacco di ragazzi e ragazze, molti con zaini enormi, ogni tanto dei cosplayer. Mi incammino nella folla, cerco di sfruttare l’esperienza accumulata in anni di convention e seguo il flusso, anticipando buchi e aperture. Il vecchio con i baffi curati mi cammina davanti, le mani dietro la schiena e sembra non essere toccato dal casino tutto intorno a lui.
– Ciao.
Mi volto e c’è davanti a me una ragazza dagli occhi più azzurri che mi sia capitato di vedere. Indossa una maglietta di Guerre Stellari, qualcosa che raffigura il Millenium Falcon, e mi sorride, amichevole.
– Ciao – ripete.
– Ciao a te. Ci conosciamo?
– Una volta.
– Una volta?
– Sì. Ti conoscevo prima.
– Prima di cosa?
– Prima di quello che sei ora.
– Sono sempre lo stesso, no?
Ride, innocente, come se le avessi fatto una battuta irresistibile.
– No, santo cielo. Ci mancherebbe. Sei tutt’altra persona.
– In meglio o in peggio? – chiedo, apprensivo.
– Questo lo sai già.
– Sì. Lo so già.
Continuo a camminare e lei è accanto a me. Da un’altoparlante sento la voce della ragazza che chiede a chi mi ha perso di venirmi a recuperare.
– Chi mi deve venire a prendere? – le chiedo, invece di chiederle come fa a essere accanto a me e, contemporaneamente, a parlare dall’altoparlante.
– Non lo so. Perché non ti vai a recuperare tu?
– Mi sono perso?
– Evidentemente.
– E dove mi ritrovo?
Non mi risponde. Improvvisamente non c’è più. Mi faccio largo tra la folla e, come se attraversassi un sipario, improvvisamente la folla finisce e sono su un prato. C’è il sole, si sta bene. E’ primavera, non fa né troppo caldo, né troppo freddo ed è il mio clima perfetto, quello nel quale potrei vivere per sempre. Poco più in là ci sono le Zecche Culo che rotolano in giro e gente che fuma la pipa e legge libri sotto gli alberi, a piedi scalzi. Io mi fermo e inspiro a fondo l’aria pulita. Intravedo il cerchio di persone sedute sull’erba e mi avvicino: davanti hanno una coperta sulla quale sono stati poggiati diversi libri. Un tizio grassottello con il pizzo e una inquietante stempiatura si alza in piedi, poggiandosi su un lungo bastone di legno bianco, nodoso e storto. Piega il capo di lato e mi fissa, dubbioso.
– Sei qui per leggere?
– Leggere? Leggere cosa?
– Be’ scegli un libro. Abbiamo Harry Potter, abbiamo Il Signore degli Anelli, abbiamo il Silmarillion, abbiamo Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Scegli pure.
Mi inginocchio e frugo tra i libri, alla ricerca di qualcosa di interessante. Lo trovo e mi schiarisco la voce, prendendo mentalmente nota di provare a non mangiarmi le parole. Quando apro il libro, le pagine sono tutte bianche. Le sfoglio rapidamente, quasi sconvolto, e il tizio stempiato si schiarisce la gola, mentre tutti mi fissano.
– Ci sono problemi?
– Il libro. Non c’è scritto niente – dico.
– Cosa volevi leggere?
– L’importanza di essere onesti, di Oscar Wilde.
– Ah. Non qui.
– Come?
– Non qui. Non è a noi che lo vuoi leggere.
– No, è vero.
Lui scrolla le spalle, sorridendomi, e mi fa un cenno con il capo, indicando qualcosa alle mie spalle. Quando mi volto vedo che sono vicino a una giostra vecchio stile: cavalli, carrozze, macchine e aeroplani si inseguono in un girotondo infinito. Il libro mi cade di mano e mi avvicino, ascoltando la musica del carillion. Where is my mind?. Pixies. Bambini giocano e ridono. La piccola Martina mi saluta da una carrozza e il papà le chiede “Come fa lo zio Fabrizio?” e lei fa “Puf!” con la bocca. La punta del mio pollice destro si illumina di una luce blu e lei la guarda, rapita, io agito la mano e poi con uno scatto la luce passa al pollice sinistro. Martina continua a guardare. Martina continua a girare. Non capisco come possa fare entrambe le cose contemporaneamente. Il vecchio con i baffi curati passa, in piedi sopra la giostra, aggrappato a una sbarra, e si porta una mano alla bocca.
– Ultima corsa! Ultima corsa!
Il fischio del treno mi assorda e mi avvicino alla fine del binario, salendo i gradini per entrare nel vagone. Mi faccio strada negli stretti corridoi, evitando persone con le valige giganti e prostitute che vanno al lavoro. Trovo la mia cuccetta e attraverso la porta scorrevole.
Sono per strada. E’ notte. Il cielo è chiaro, appena coperto da qualche nuvola. Le luci dei lampioni e delle finestre sono fioche e illuminano pochissimo. Il vecchio con i baffi curati è seduto sul bordo del marciapiede e si sta fumando una sigaretta.
– Mi spiace. Hai perso il treno. – dice.
– Lo posso prendere di nuovo?
– Direi di sì. Questo dipende soltanto da te, credo.
– E se volessi lo stesso treno?
Piccoli anelli di fumo fuoriescono dalla sua bocca e si sollevano in aria. Delle astronavi ci passano in mezzo, volteggiando e combattendo a colpi di laser e missili. Una esplode e i pezzi schizzano ovunque.
– Quello è più difficile – risponde. – Ma non mi stupisco più di niente, ormai.
Mi vado a sedere accanto a lui.
– Sono esausto.
– Lo so.
– Cosa faccio?
– Ti riposi.
– E dopo?
Mi volto e il vecchio non c’è. Ci sono io, seduto sul bordo del marciapiede, esausto.
La sua voce arriva dal nulla.
– Ehi! Sorridi!
Non ci riesco.

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