Desolation row /1

Sollevai il carboncino dalla cartolina e sfregai con il pollice, creando l’ombreggiatura intorno al corpo che pendeva dalla trave. Soffiai e polvere nera si sollevò, per poi levitare, lentamente, sul pavimento del salone di bellezza. Annabelle, da dietro una cliente, mi lanciò un’occhiata di disapprovazione, ma non disse niente, rimettendosi a lavorare sulla capigliatura della donna di mezza età che le sedeva davanti.
Lanciai un’occhiata alla cartolina e la paragonai all’immagine che si vedeva, attraverso la vetrata del salone. L’uomo di colore impiccato, con le braccia legate dietro la schiena, era raffigurato perfettamente. Annuii, soddisfatto, e la posai sulle altre, davanti al cartello con su scritto “10 cents”. Annabelle sospirò rumorosamente e mi lanciò un’occhiata in tralice.
– Non potresti disegnare qualcosa di più allegro? – chiese. – Non capisco perché debba fare quella roba così macabra.
Uno dei tanti marinai presenti nel salone prese le cartoline e le sfogliò, silenzioso, poi scelse quella con i tre corpi visti di fila, come soldati sull’attenti. Mi allungò la moneta che presi, con un cenno del capo, prima di sorridere ad Annabelle.
– Perché vendono, Annabelle, alla gente piacciono.
– La gente ha pessimi gusti, cosa credi? Perché non disegni cose più allegre, tipo qualcosa del circo che è arrivato in città. Domatori di leoni o gli acrobati, per esempio. O magari i clown. I clown sono divertenti.
– I clown mi fanno paura, Annabelle, non ci tengo proprio a vederli da vicino.
Lei sospirò nuovamente e tornò a concentrarsi sulla sua cliente; i marinai, in sottofondo, facevano un concerto per ogni donna che entrava o che usciva. Commenti di approvazione, fischi, richieste di un bacio affollavano le orecchie dei presenti. Alle signore questo non dispiaceva e ad Annabelle ancora meno, perché le clienti – lo sapeva, questo – venivano volentieri a farsi ammirare da quei ragazzoni.
Mi alzai dalla mia seggiola e sgranchii gambe e mani, in una sequenza di scricchiolii inquietanti. Uscii dal salone e feci qualche passo per la strada polverosa: il sole stava calando e la luce era stranamente forte, per quell’ora. Mi avvicinai alla trave dell’impiccagione e osservai i corpi, con i volti coperti da dei sacchi di iuta. Verso sera li avrebbero tirati giù e buttati nella fossa comune. E io avrei dovuto cercare un altro modo per fare qualche soldo, con le mie cartoline. Possibilmente non con i clown, se il Signore mi veniva incontro, ma del resto non poteva esserci un’impiccagione ogni giorno, no?
Come se mi avesse letto nella mente, il commissario arrivò, con il suo passo strascicato e la mano poggiata sulla spalla del boia. Si fermò anche lui sotto la trave e il boia comincio a sciogliere il nodo che teneva le corde degli impiccati legata al palo.
– Buonasera, commissario – salutai.
Senza voltare il capo, lo sguardo perso nel vuoto, come fanno spesso i ciechi, il commissario sorrise.
– Buonasera, buonasera – rispose. – Come mai, da queste parti?
– Facevo due passi.
– Osservavi la tua fonte di guadagno?
Non dissi niente e lui ridacchiò, divertito. Si passò una mano tra i capelli grigi, dopo essersi levato il suo cappello.
– Sono cieco – spiegò, – non sono sordo. Mi hanno raccontato delle tue cartoline.
– Sì. Be’…do alla gente quello che chiede.
– Certo, certo. Mi pare giusto. E ci fai qualche soldo. Mi pare giusto anche questo.
– Grazie.
– Eppure non capisco come possa la gente volere cartoline di un’impiccagione, sai? Un tempo un evento come questo doveva incutere timore e fare percepire la spietatezza della legge, quando era il caso.  Ricordo quando ero bambino e impiccavano qualcuno, in piazza. Andavamo a vedere la scena in silenzio, al massimo, se si trattava di un assassino, sentivamo i pianti e la rabbia dei parenti delle vittime. A volte piangeva qualcuno dei cari dell’impiccato, ma tutti noi stavamo in silenzio, con il fiato corto. Quando il condannato cadeva, in quella frazione di secondo, il mondo si fermava e il respiro ci si spezzava in gola, come se anche noi avessimo un cappio intorno al collo. E poi il prete benediceva il corpo e tutti se ne tornavano ai propri affari. Ho imparato un sacco di cose, a quei tempi. Ho imparato i diversi crimini, ho cominciato a mettere in ordine di gravità e poi ho cominciato a catalogarli in base alla frequenza. Ho imparato che la prima cosa che succede al corpo di un uomo, quando viene impiccato, è che si caga addosso, perché lo stomaco rilascia la sua merda e questa cola lungo le gambe. A volte il collo non si spezzava e allora ho imparato che i condannati ballavano sulla corda, cercando di non soffocare, ma non potevano fare altro che soccombere. I corpi si muovevano sempre più lentamente, gli scatti si facevano meno veloci e poi, alla fine, la morte giungeva su di loro – sospirò. – Uno spettacolo grandioso.
Il boia tornò indietro, con la corda avvolta intorno all’avambraccio, mentre un suo aiutante aveva caricato i tre corpi su una carriola. Il commissario tirò fuori la sua mano destra da dentro i pantaloni e mi fece un cenno di saluto, prima di aggrapparsi alla spalla del boia e di allontanarsi. Lo osservai sparire dietro l’angolo e non mi accorsi della mia Signora che mi raggiungeva. Mi baciò su una guancia e io le presi la mano, portandola a spasso per la via.

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