Desolation row /2

Un altro pavimento da spazzare. Se fare la cameriera in quel posto non fosse già stato abbastanza stancante e umiliante, avrebbe pensato che spazzare un pavimento carico di cicche di sigaretta, di vomito, di bottiglie vuote e cartacce sarebbe stata la punizione peggiore.
E oltre al danno, la beffa di chiamarsi Cenerentola. Cenerentola. Ci sarebbe dovuta essere una legge che permetteva ai figli di fare causa ai genitori e a vincerla automaticamente, quando venivano dati dei nomi così brutti. Sospirò e si asciugò la fronte sudata con il dorso della mano, i braccialetti che portava al polso tintinnarono melodicamente. L’orologio segnava le due del mattino, ancora un’ora e mezza e avrebbero chiuso. C’erano ancora dei clienti, la cucina era ancora aperta e attraverso l’apertura del muro arrivava odore di fritto e di detersivo da due soldi. Suo fratello maggiore, il più grande dei tre, suonò un campanellino e poggiò sul ripiano due piatti fumanti. Cenerentola si avvicinò a prenderli e lanciò un’occhiata distratta al foglietto che indicava il tavolo dove avevano ordinato quel chili con carne. Si fece strada tra sedie e clienti che cercavano di attirare la sua attenzione, dirigendosi con sicurezza a servire l’ordine.
– Lasciatemi in pace, cazzo – pensò. – Non potreste morire, possibilmente da qualche altra parte?

Posò i piatti. Raccolse i bicchieri vuoti. Prese altre ordinazioni. Ancora. E ancora. Ad libitum. Per sempre. Sisifo in un pub.
Si fermò al bancone per riempirsi un bicchiere di acqua, mentre suo padre rideva sguaiatamente con uno dei clienti abituali, un camionista chiamato Loris.
– Cenere – disse, tirandola per un braccio, – lo sapevi che Loris mi ha proposto di prenderti in sposa? Come ai vecchi tempi!
– Ti ha offerto tre cammelli, per la mia mano?
Loris e il padre si scambiarono un’occhiata e poi esplosero nuovamente a ridere.
– Dei cammelli! – ripeté il camionista.
– Mi pare il minimo! Mia figlia porta una buona dote!
Cenerentola finì il bicchiere e fece un sorriso accondiscendente, prima di allontanarsi ed entrare in cucina. Si mise ad affettare il pane e a buttarlo nei cestelli.
– Tutto a posto, Cenere? – chiese Mathias, il fratello.
– Sì.
– Sei incazzata? – fece volteggiare una bistecca sulla griglia, prima di cominciare a sminuzzare la cipolla più velocemente di quanto lei riuscisse a seguirlo.
– Sì.
Il fratello smise di lavorare e si grattò distrattamente la sua barba vecchia di un paio di giorni, poi riprese a fare quello che faceva.
– Be’ fattela passare.
– Certo. Me la devo far passare.
– Non mi piace il tuo tono – disse lui, puntandole contro il coltello con fare distratto. – Non vedo di cosa hai da lamentarti: hai una tetto sulla testa, un lavoro e una famiglia che ti vuole bene.
– E’ un modo di vederla. Un altro modo di vederla sarebbe dire che vivo imprigionata a fare la vostra schiava, che passo le mie serate tra ubriachi arrapati e che se fossi tua sorella o una cameriera filippina per voi non farebbe poi questa gran differenza.
Mathias levò la bistecca mediamente cotta dal fuoco e la fece atterrare su un piatto, rivoli di sangue scivolarono sulla superficie vecchia e graffiata, prima di essere coperti da una porzione di insalata e di cipolle crude.
– Sei una stronza ingrata.
– E’ vero. Vuol dire che mi avete tirato su proprio bene – ribatté, prendendo il piatto e un cesto di pane e uscendo dalla cucina.
Dal juke box usciva un pezzo dei Rolling Stones, si riusciva a sentire la voce di Jagger mischiata a quella degli avventori che starnazzavano. Cenerentola poggiò il piatto sul tavolo del cliente con più violenza di quanto volesse, ma non riuscì a trattenersi. Questi, un giovane ragazzo, la guardò un po’ sorpreso. Lei si sforzò di sorridere e agitò una mano.
– Scusa.
– Non importa – rispose, prima di mettersi a mangiare.
Lei sorrise ancora e tornò a occuparsi degli altri clienti.
Posò i piatti. Raccolse i bicchieri vuoti. Prese altre ordinazioni. Ancora. E ancora. Ad libitum. Per sempre. Sisifo in un pub.
Qualcuno cercò di toccarle il culo, lei svicolò cercando di non mostrare la sua irritazione. Il padre era stato molto chiaro, in merito: dare al cliente l’impressione di potersela portare a letto, anche se – e su questo suo padre e i suoi fratelli erano stati molto chiari – non doveva accadere o avrebbero dato al cliente una dura lezione. E a lei, ovviamente.
Si fermò a riprendere il fiato e si guardò allo specchio: gli occhi chiari di sua madre la guardarono dal riflesso. Da bambina pensava che avrebbe fatto la spia. Come James Bond. Come Matha Hari. E invece. A ripensarci ora c’era proprio da ridere. Suo fratello secondogenito, Patrick, passò in quel momento, con un fusto di birra da aprire, sulla spalla.
– Faccio una pausa sigaretta – gli disse.
Lui grugnì in risposta, lei non sapeva cosa volesse dire, ma lo prese come un sì.
Uscì dal locale e si sedette sui gradini, accendendosi una Camel e godendosi la sensazione di stare ferma per più di dieci secondi. Sbirciò verso il panorama della città: da qualche parte, in centro, ragazze della sua età, stavano uscendo per andare nei locali, per andare a ballare, per andare al cinema. Avevano famiglie che le aspettavano a casa, fidanzati che le andavano a prendere, un futuro da scegliersi. Lei no. Lei sarebbe morta in quel locale.
– Ciao.
Si voltò di scatto e lui era lì, con quel sorriso timido stampato in faccia. I capelli biondo cenere erano pettinati all’indietro e facevano da cornice a un volto tutto sommato affascinante, sebbene un po’ infantile.
– Ciao – ripeté lui, dopo essersi schiarito la gola.
– Ciao a te.
Si chiamava Romeo. E lei Cenerentola. Il mondo sapeva prenderti per il culo con una classe innata.
– Come stai?
– Stanca e incazzata, come sempre.
– Lo so.
– Come fai a saperlo?
– Be’…perché l’hai appena detto tu: lo sei sempre.
– E’ vero – sorrise in risposta, lasciando cadere la cenere sul marciapiede e osservandone il volo.
– Mi sei mancata molto.
– Sì. Immagino di sì.
Lui fece un passo avanti, tipo i gatti che non sanno se possono fidarsi e si avvicinano lentamente, man mano che si fanno un’idea più precisa. Ma non era così, in realtà. In realtà lui aveva già fatto capire chiaramente a Cenerentola cosa provava o cosa era convinto di provare. Lei aveva discretamente declinato, perché lui vedeva una bella ragazza con degli occhi chiari come l’acqua che serviva piatti ai tavoli di uno scalcinato locale di periferia. Non vedeva la sua famiglia e quello che comportava farne parte. Per questo non si era arreso e per questo era tornato altre volte, nonostante lei avesse sempre detto chiaramente che non c’era speranza per loro e per la sua cotta adolescenziale. Il problema non era che non si arrendeva, il problema era che, alla sua terza visita, aveva attirato l’attenzione dei fratelli. I quali avevano già interrogato la sorella su chi fosse quel tizio e avevano già chiarito che le doveva stare alla larga.
– Ci sarebbero più possibilità che mio padre mi dia in sposa a Loris, con o senza cammelli – pensò Cenerentola, alzandosi.
Gettò il mozzicone di sigaretta per terra e lo spense con il calcagno della sua scarpa da tennis, con un gesto lento e pensieroso. Poi portò le mani dietro la schiena e le infilò nelle tasche posteriori dei jeans e respirò a fondo.
– Romeo, lascia stare. Te lo chiedo per favore: lasciami stare.
– Perché?
– Perché tu non sai niente di me e io non so niente di te e non è una cosa che potrebbe funzionare.
– Come fai a saperlo se non sappiamo niente?
– Santo cielo, perché non puoi semplicemente incassare un rifiuto, come fa chiunque altro? – chiese lei, tendendosi.
– Ho pensato una cosa.
– Non me ne frega niente.
– Ho pensato – continuò ignorandola – che tu abbia paura. Hai paura di me e di lasciarti andare e della tua famiglia. Lo so. Sono innamorato, non sono stupido.
Cenerentola lo guardò come se fosse pazzo. Tutti, nel quartiere, conoscevano la sua famiglia, questo non la sorprendeva. Che lui non ci desse peso, questo sì che la sorprendeva. E la spaventava, anche.
– Io non so cosa vuole la tua famiglia per te. Non so cosa farebbe, se tu te ne andassi. E francamente non mi interessa, perché non è a loro che sono interessato. Io voglio sapere quello che vuoi tu. Non quello che pensi sia meglio, non quello che pensi sia giusto o meno rischioso. Io voglio sapere quello che vuoi per te. E per me, se c’è posto anche per me.
Fece un passo avanti e lei lo ascoltò, senza dire niente. Sentiva la spina dorsale irrigidirsi, sembrava sul punto di spezzarsi, da un momento all’altro, poteva sentirla scricchiolare.
– Non ti sto dicendo che sono l’uomo della tua vita e che vivremo per sempre felici e contenti. Sto solo dicendo che devi darci un’occasione. Fosse anche solo un appuntamento o una birra bevuta insieme. Dico solo che, per una volta, tu devi essere quello che vuoi essere, non quello che gli altri si aspettano tu debba essere.
Un altro passo. Erano così vicini, ora. Cenerentola aveva freddo, sentiva la pelle incresparsi, mentre un brivido la scuoteva da capo a piedi. Non era la temperatura. Era un’altra vita che le si prospettava davanti, poteva sentirne la presenza quasi fisica, come una mano sulla sua.
– Io credo che possa funzionare. Credo di poterti rendere felice. Credo di essere quello giusto. Ma sarai tu a giudicare.
La porta del locale si aprì e fece la sua comparsa Patrick, sudato e con lo sguardo incazzato. Quando vide Romeo si incupì ancora di più, se era possibile. Il ragazzo gli lanciò un’occhiata e lei lo vide impallidire, ma non si mosse di un centimetro. Si voltò verso di lei e sorrise, anche se chiaramente spaventato.
– Credo che tu mi appartenga, in qualche modo – le disse.
Patrick si affacciò all’interno del locale e fischiò. Un suono lacerante che superò la musica, le voci, i piatti e i bicchieri e le posate. Poi scese un gradino e puntò un dito verso il ragazzo.
– E’ meglio se te ne vai.
– Allora? – disse Romeo, guardandola.
E lei sentì che le parole salivano. Dal fondo dello stomaco, da un angolo buio e freddo dove erano rimaste chiuse, dove lei le aveva incatenate per non pensarle neanche. Le sentì risalire lungo l’esofago e inondarle i polmoni, coprendone le pareti, poi salire ancora e ancora, arrivare fino alla gola dove le sentì bruciare come un bicchiere di vodka di quart’ordine e la sua bocca si spalancò, aria che usciva con la forza di un ariete che sfonda le porte di un castello sotto assedio. Le parole rotolarono sulla sua lingua e si sporsero, pronte a spiccare il balzo, come quando è estate e sei sulle rocce, pronta a saltare nel fiume e c’è quell’attimo in cui ti stai per sollevare in volo e sei così leggera da sentirti come se stessi volando, ma ancora attaccata al terreno, come se delle cinghie ti tenessero alla cara vecchia madre terra.
Non disse niente. Suo padre e Mathias comparvero. Patrick fu il primo a colpire. Prima di chiudere gli occhi e urlare, Cenerentola riuscì a vedere la scarpa che colpiva il volto di Romeo, già caduto a terra, dopo il pugno del fratello.

E poi non c’era più. Lei era sul marciapiede davanti al locale, con in mano una scopa e uno straccio bagnato nell’acqua saponata vecchia. L’unico rumore che si sentiva nella via, adesso, erano le sirene dell’ambulanza che si allontanava e lo sfregare dello straccio per terra, dove c’era il sangue e le parole cadute, immobili e morenti.

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