Times are hard when things have got no meaning…

Il vecchio con i baffi curati è seduto davanti a me, le mani incrociate sulle ginocchia e mi sorride. Sta bene, si vede. Vorrei sapere come fa.
Davanti a noi una scacchiera: pezzi di Guerre Stellari, al posto di quelli classici. Vader fa la regina, Palpatine fa il re. Letture omoerotiche di una saga cinematografica immortale.
– Faccio schifo a scacchi – dico. – Non so organizzare una strategia, muovo i pezzi solo per mangiare ogni cosa che mi capiti a tiro, non so darmi una direzione precisa e vado a casaccio.
– Incredibile come assomigli alla tua vita, no? – risponde lui, ridacchiando, prima di muovere un pedone nero.
– Cominciamo bene.
Spingo un pedone bianco e mi guardo intorno. Non so bene perché siamo in una foresta, ma si sta bene; il fruscio degli alberi mi rilassa e il sole filtra tra i rami.
– Che è successo? – mi chiede.
– Sono stato me stesso.
– Un’altra volta.
– Già.
– L’ultima?
Non rispondo e gli mangio un cavallo che capita a tiro del mio alfiere.
– Cosa è successo? – ripete.
– Sai quando hai un ricordo? Un ricordo di qualcosa di speciale, di qualcosa che per te significa davvero tanto? Qualcosa che ti ha segnato e che tieni stretto come se fosse il regalo di Natale che hai sempre desiderato?
– Ho presente, sì.
– E poi ti fanno capire che quella cosa, tutto sommato, non è poi così speciale. Che lo è stata sul momento, ma che si può replicare in qualsiasi momento, con chiunque. E magari pure con qualcuno sul quale sei particolarmente sensibile.
– E’ sempre stato così, no? Non dirmi che prima pensavi non fosse possibile.
– No, certo. Sono stupido, ma non così stupido.
– E allora?
– E allora niente. Lo so che non sono insostituibile, solo che tutto quello che chiedo è che non mi venga sbattuto in faccia in questo modo.
Il vecchio mi mangia un pedone, lo guardo prenderlo con le dita lunghe, in un gesto elegante che fa sparire il pezzo come per magia.
– Ti sei sentito svilito?
– No. Forse obsoleto.
Un altro pedone se ne va e conto i pezzi che mi ha mangiato lui e quelli che ho mangiato io, dimostrando ancora una volta di non avere ben chiaro come funziona il gioco.
– Che è successo? – chiede, per la terza volta.
– E’ stato come se le mie paure fossero divenute reali. Quelle che di solito scaccio con un “ma no…” erano lì.
– E non sei riuscito a scacciarle?
– No.
Gli prendo una torre e gliela mostro, mentre la porto via, come a sottintendere che gli ho preso un pezzo importante.
– E adesso?
– Adesso rimango io. Con le mie paure e con quel briciolo di orgoglio che ancora possiedo. Con un garage da restaurare e delle corse da fare. Con un lavoro che odio e una casa che mi assomiglia, perché è tutto e niente nello stesso momento.
– E cos’altro?
– E nient’altro.
– E’ poco.
– Lo so.
Muove un ultimo pezzo e si alza in piedi, poi comincia ad allontanarsi, le mani dietro la schiena.
– Ehi! – lo richiamo – Chi ha vinto?
– Non lo so. Io non so giocare a scacchi.
Lo guardo allontanarsi e do un’occhiata alla scacchiera. Capisco che non ho vinto io neanche stavolta. Forse la prossima. Forse.
Sento di nuovo la sua voce, come ogni giorno.
– Ehi! Sorridi!
Non ci riesco.

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