Una foto è una foto di una foto di una foto…

Una delle cose che mi è sempre piaciuta, del tornare a casa dei miei genitori, è dormire in camera mia. La mia camera è esattamente come è sempre stata, lungo gli anni di vita durante i quali sono stato qui. La libreria a muro è carica di fumetti – quelli sopravvissuti alla volta che ho deciso di buttare quelli che non avrei mai riletto – e di libri. Sulla libreria sopra la cassettiera ci sono i testi del liceo e parte di quelli dell’università. Il letto è ancora lo stesso e in un angolo si può trovare la macchina da scrivere Olivetti che i miei mi regalarono, quando avevo 11 anni, e sulla quale ho cominciato a buttare giù le mie prime storie. Nel cassetto in fondo all’armadio ci sono dattiloscritti di pessima fantascienza, di pessimo fantasy e di orribili gialli, che però erano pieni dell’amore per la narrazione che tutt’ora provo.
Le cose sono cambiate, questa volta, quando mia madre mi ha chiesto di sgombrare un po’ di cose, perché quello spazio gli farebbe molto comodo. E’ un po’ come se quello che era un nido, diventasse il nido di qualcun altro. Mi pare giusto.
Ho cominciato dai cassetti di scrivania e comodino e sono saltate fuori tante cose: imbarazzanti, commoventi, allegre, dimenticate.
Sono saltate fuori un sacco di lettere. Una volta, prima di Internet e prima dei social network, scrivevo lettere kilometriche ad amici e a mio fratello, quando stava a Pisa e io ancora qui a Nuoro. Sono saltate fuori risposte, lettere di ex ragazze, auguri per le feste, biglietti di compleanno. Ho fatto un giro nel passato, ho riso di cose che sembravano gigantesche e che invece erano cazzate, ho ricordato avvenimenti che avevo rimosso.
Poi ho buttato tutto.
Non ho tenuto lettere o biglietti. Non ho tenuto niente. Ho cominciato a liberare il cassetto di appunti, di codici, di ricordi e a sistemarli nel contenitore adibito alla raccolta della carta.
Ho buttato via i miei ricordi, perché non li sento più miei. Ho cominciato a disfarmene perché non ne voglio più sapere niente, perché il discorso del “quelle cose ti hanno reso ciò che sei ora” è valido solo in parte. Da un lato perché non è così, perché una buona parte di quelle esperienze erano dettate da troppi ormoni, da troppe seghe mentali adolescenziali, da troppo desiderio di vivere qualcosa che in realtà non c’era. Dall’altro lato, non voglio più essere quella persona, voglio fare il possibile per cambiare, per non ripetere gli errori, per stare meglio, vivaddio, e quanto prima.
Se quello che c’era nei cassetti è la mia vita, la mia vita non mi piace e allora devo fare il possibile per migliorarla.

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5 risposte a Una foto è una foto di una foto di una foto…

  1. Maurizio ha detto:

    Tra le tante bellissime cose scritte di tuo pugno che ho avuto il piacere di leggere in questi anni questa è una delle più belle e sinceramente toccanti. Complimenti vecchio Zen.

  2. Arcadia1983 ha detto:

    Sì. Post molto bello. Però, a me, quando è capitata la stessa cosa, cioè quando devo buttare le cose (tipo ultimamente mi è capitato coi libri e i VHS rovinati, alcuni fumetti – quelli dal 2004 al 2006 – li ho dati a un bambino, anche se li volevo vendere e poi, un giorno, ricomprarli), è sempre stato un pugno allo stomaco: sono troppo affezionato alle mie cose :(. Infatti mi son segnato i titoli dei libri e dei film (che a ‘sto punto ricomprerò in DVD).
    Sorry per lo sproloquio.

  3. raffiro ha detto:

    Quello che c’era nei cassetti non è la tua vita: lo era.
    Buttare (distaccarsi) fa parte della crescita, non solo da giovani ma sempre. E non significa rinnegare o dimenticare il passato, ma andare oltre, usarlo come substrato per evolversi e diventare migliori, capire dove si vuole andare e cosa si vuole essere.
    Quindi vai avanti, sereno. :*

  4. thecapricorntm ha detto:

    Camera mia è un ateleir di ceramica da quasi dieci anni.

    Camera mia ha due finestre e molta luce, mia madre lavora meglio.

    Ho detto io a mia madre di trasformare camera mia in una bottega.

    Non l’ho mai rimpianto.

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