Una stagione selvaggia

Mi fermo davanti alla panchina al sole e mi siedo lì, cercando nelle mie tasche una sigaretta da fumare. Il vecchio dai baffi curati arriva a bordo di una macchina per bambini, la replica di una DeLorean. Della DeLorean. Quella che Marty usa per tornare nel 1955 e conoscere i suoi genitori. Il vecchio è buffo, con il suo corpo sproporzionato per le dimensioni della macchinina, ma lui ha il portamento fiero di chi è a bordo di una carrozza con conducente, trainata da sei purosangue bianchi.
– Salve – si limita a dire.
– Salve – rispondo.
Scende dalla macchina e si siede accanto a me, guardandosi intorno, gli occhi semichiusi.
– E quindi siamo di nuovo così, eh?
– Già. Di nuovo – dico, alla ricerca della mia sigaretta.
Dalle tasche tiro fuori di tutto: mazzi di carte da zingaro, bustine di frizzy pazzy, cartine e cd di canzoni degli anni ’90.
– Che farai di quella roba? – chiede lui, con un cenno del capo – La butti?
– Non so. Non credo.
– Ah no? Curioso. Come mai?
– Serve anche questo. Anche se adesso non serve più.
Sorride, sornione, e ci alziamo andando a fare due passi. Percorriamo il tetto del palazzo, evitando cartoni di pizza vuoti e pistole ad acqua scariche e ci poggiamo alla ringhiera. Sotto di noi un enorme parco, al centro del quale un labirinto di siepi. Vedo persone che ci si perdono dentro, sbagliano strada, fanno marce indietro, ridono.
– Cosa succede, da questo punto in poi? – chiedo al vecchio.
– Che domanda impegnativa.
– Già.
– Tu cosa pensi che succederà?
– Non so. Immagino che resterò steso, per un po’, poi mi alzerò di nuovo in piedi e ricomincerò a camminare.
– Mi sembra una soluzione ottimale.
– Però non è quella che mi soddisfa di più.
– Non sempre concidono.
Sbuffo e mi rimetto in cammino, il vecchio accanto a me. Ci fermiamo davanti a un albero cavo e lo guardiamo, in silenzio.
– Mettiamola così – mi dice, – ci sono stati errori, sicuramente, ma ne è valsa la pena.
– Oh sì. Sempre.
– E’ già qualcosa – risponde.
Ci mettiamo seduti, ognuno dal lato opposto di un tavolino, io allungo il braccio e lui ripassa il mio tatuaggio, con mano ferma ed esperta, mentre sento risuonare nell’aria il click di una macchina fotografica. Il vecchio dai baffi curati sorride, soddisfatto, e si alza, uscendo dalla porta. Mi rivesto, dando un’occhiata ai quadri appesi alle pareti, colorati, nonsense, folli e bellissimi. Esco fuori e, finalmente, trovo una sigaretta che mi accendo, mentre il vecchio risale in macchina e preme il tasto play sull’autoradio. I Pixies. La tua testa collasserà se non c’è niente dentro e tu ti chiedi: dov’è la mia mente?
Ci sono un sacco di ricordi. Ci sono canzoni suonate alla chitarra e ci sono foto. Ci sono fuochi d’artificio e prati verdi e tante mucche. C’è il pane fatto in casa e le dormite davanti ai film. Ci sono un sacco di sigarette e un sacco di alcool. Ci sono passeggiate e progetti che non sono andati in porto.
Mi ritrovo a pensare che sono tutti ricordi belli, alla fin fine. Che è un libro pieno di bei momenti e che, tutto sommato, è una bella cosa, perché ho un sacco di libri che sono pieni di brutti ricordi.
Il vecchio mi fa un cenno di saluto con la testa e lo guardo allontanarsi. Poi sento la sua voce.
– Ehi! Sorridi!
Ancora no. Però grazie, comunque.

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