Maratona teen horror /3 Urban legend

L’hai visto tutto?
Sono arrivato in fondo con una certa fatica, anche perché la parte finale, quella risolutiva, è tirata per le lunghe in maniera indegna.
Segnali che è degli anni ’90.
Joshua Jackson con ancora il faccino da Pacey, durante una pausa da Dawson’s Creek. Michael Rosenbaum ha ancora i capelli pre-Lex Luthor. Jared Leto ancora non ci ammorbava con i 30 Seconds to Mars. Mangianastri montati sulle auto. Le cuffie del walkman ancora classiche e non auricolari. Riferimenti alla leggenda metropolitana su Richard Gere e il criceto.
Quanti ne muoiono.
9, che non è mica male. 10, se vogliamo contare un cane fatto al micro onde.
L’assassino ha possibilità di diventare iconico?
Non scherziamo: il killer veste un eskimo. Un eskimo. È una cosa talmente ridicola e talmente triste nello stesso momento che ti viene da piangere (pare che il film dovesse essere ambientato nel mezzo dell’inverno, ma che poi i piano siano cambiati. Solo che hanno pensato di tenere il look originario del cattivo. Ottima idea.). In  linea di massima, va detto, nessuna figura dei teen horror è mai riuscita a rimanere impressa, a parte Ghostface.
Trama in poche righe.
In una fittizia università americana, situata all’interno di una struttura enorme, con un bar che è grande quanto il mio appartamento e arredato con delle poltrone tipo quelle da film porno anni ’70, cominciano a morire studenti a caso. La protagonista capisce al secondo omicidio che tutte le uccisioni sono ispirate a notorie leggende urbane. Nessuno la prende sul serio e non è difficile capire il perché, dai.
Ci sono sequel?
Ce ne sono due, che le trilogie paiono essere un must, in questo campo. Urban Legend: Final cut è una robina che non consiglierei neanche se vi pagassero. Urban Legend 3 è passato direttamente al noleggio video e le leggende urbane sono ficcate così a forza nella trama da risultare imbarazzanti.
Lo consiglieresti?
Oddio, non credo sia l’esempio peggiore del genere, ma ormai la noia regna abbastanza sovrana. Si guarda per vedere che idee stupide vengono per uccidere le persone e, soprattutto, per sapere chi è l’assassino e per quale motivo fa quello che fa. E c’è da dire che pur comprendendo che il motivo “follia” ha il suo peso, non si può giustificare il bagno di sangue a cui si è assistito in nessun modo. La sceneggiatura va avanti su binari consolidati del genere: depistaggi, sospetti su di tutti, indizi buttati lì in maniera abbastanza dozzinale; mentirei se cercassi di dire che rimani inchiodato alla sedia, però qualche morte carina alza la media. I dialoghi sono nel pieno standard del genere, come così anche i personaggi che rispecchiano ogni singolo stereotipo del genere (il maschio alfa testosteronico, la bionda zoccola, il buffone che fa da spalla comica, il bel ragazzo profondo), ma alcune scene sono dilettantistiche e ridicole: Joshua Jackson carica una tizia in macchina, fa freddo, le chiede se vuole qualcosa per scaldarsi. Lei dice di sì. Lui le da una lattina di Pepsi.
Scena da ricordare.
La scena iniziale è notevole. Una tizia, in auto, di notte, che ascolta una trasmissione radiofonica del campus. Decide di mettere su una cassetta e parte Total eclipse of the heart, la quale, come notorio, porta una sfiga tremenda. Mentre stona come neanche Simona Ventura, supera una stazione di servizio, e la telecamera ci mostra il suo segnalatore del serbatoio che scende rapidamente. Inizia la tempesta del secolo, lei quindi, oltre alla radio, al riscaldamento e ai fari, accende pure i tergicristalli. È lì che la macchina segnala che sta finendo la benzina, lei smoccola, ma arriva a un altro distributore dove lo serve uno che pare un incrocio tra Aigor e il gobbo di Notre Dame. Ed è Brad Dourif. Brad Dourif! Io lo guardavo e pensavo “Oh, questo assomiglia troppo a Brad Dourif, però” ed è lui! E la cosa migliore è che IMDB conferma, dicendo che non risulta neppure accreditato, nei titoli di coda. E io ci credo, è lì che fa il balbuziente inquietante e attira con una scusa la ragazza dentro il distributore, una volta lì sembra aggredirla, ma lei lo respinge con lo spray al pepe e scappa fuori e lui la insegue, mentre balbetta robe incomprensibili, e lei  lo tira quasi sotto e lui si alza e, sotto la pioggia battente, tra un balbettio e l’altro, riesce a urlare “C’è qualcuno sul sedile posteriore!”. Ma ormai è tardi, il maniaco armato di ascia fa la sua comparsa e trova il modo, in uno spazio pari a un letto a una piazza, di tirare un colpo d’ascia che decapita la ragazza. E per tutto il tempo io sono rimasto a pensare “Mio Dio. Brad Dourif.”.

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