Nobody’s perfect, not even a perfect fool…

Ieri sono stato invitato da Unindustria a parlare con le classi di un Istituto Tecnico, per spiegargli cosa significa lavorare e come affrontare l’ingresso nel mondo del lavoro. Prima che la cosa possa suonare in qualche modo vanagloriosa: no, non è che ero lì perché si trattava di me, ma perché l’hotel per il quale lavoro si è detto disponibile a partecipare all’evento. Il mio Direttore mi ha chiesto di partecipare e a me ha fatto piacere farlo.
Per prepararmi all’incontro ho stampato alcune mail strampalate che mi arrivano in hotel e quando è venuto il mio turno (dopo il pallosissimo rappresentante di Unindustria che sciorinava a un pubblico di adolescenti slide di percentuali e grafici), l’ho basilarmente buttata sul ridere, al momento di cominciare. I ragazzi si sono divertiti, hanno riso, hanno – probabilmente. Spero. – pensato che non fossi lì per annoiarli, ma per mostrargli uno che è passato attraverso cose che dovranno affrontare anche loro.
A fine incontro mi si è avvicinata una ragazza che, timidamente, voleva chiedermi perché, sapendo cinque lingue, i suoi curriculum non venivano neanche letti. Abbiamo iniziato a parlare, ho spiegato quel (poco) che so di risorse umane e lei si è accalorata e ha cominciato a farmi capire, abbastanza francamente, di essere terrorizzata dal mercato dal lavoro, dall’idea di non riuscire a trovare un impiego, dalla sensazione che il nostro Paese non sia in grado di garantirle un futuro. Mentre parlavamo mi sono voltato e ho scoperto che un secondo ragazzo si era fermato con noi. Durante l’incontro l’avevo visto disegnare su un blocco notes ed era quello che faceva qualche commentino sarcastico, a mezza bocca. A fine incontro, mentre metteva in ordine, gli ho buttato lì un “continua a disegnare, tu, mi raccomando” e lui mi ha fissato, sorpreso, e mi ha chiesto “sì?” e io ho annuito.
Si è unito alla conversazione ed era un po’ il contraltare della ragazza. Era sicuro che ci fossero poche possibilità di trovare posto, era certo che l’Italia stesse perdendo la classe media e diventando un paese di ricchi e poveri (“come in America! Dove sei ricco o non sei un cazzo!”, ho sorriso educatamente) e stava valutando l’idea di provare la carriera militare.
Mi hanno accompagnato verso la sala professori, mi hanno parlato di sogni di diventare scrittori e di andare a vivere in Spagna, mi hanno espresso perplessità sui loro compagni di scuola, sulla loro apparente apatia e sulla mancanza di preoccupazione per un futuro che, a loro sì, pare spaventoso. Abbiamo chiacchierato ancora un po’, gli ho raccontato la mia storia personale, mi sono sentito dire “eh anche per me è così” e poi ci siamo salutati con una stretta di mano.
Non so se sono stato capace di infondere loro un po’ di fiducia, ma è stato bello parlare con loro. E spero che lei riesca ad andare a vivere in Spagna. E spero che lui non smetta di disegnare.

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