Postfazione

(sì, quella del libro che mi è stato pubblicato. Non è finita nella versione finale per questioni che ora non sto a spiegare, ma eccola)

Gli scrittori che si scherniscono, dicendo che nel loro libro non c’è niente di personale, mentono sempre. In ogni libro c’è un pezzo di noi, che lo si voglia o meno. Mentre scrivo queste righe sono seduto sul terrazzo di casa dei miei genitori, a Nuoro, e guardo la vallata che da sul Monte Corrasi e su Oliena. Quando ho cominciato a scrivere il romanzo era il Giugno 2007; stavo tornando a Bologna, dopo una due giorni a un festival letterario nel piccolo paesino di Gavoi, dove ero andato per vedere dal vivo Nick Hornby e mi ero portato dietro il mio primo romanzo, sperando di trovare qualcuno a cui farlo leggere (riuscirò a consegnarlo a Carlo Lucarelli, in una delle esperienze che tutt’oggi ricordo con più imbarazzo in assoluto). Ero impegnato a scrivere un’altra storia, ma seduto all’aeroporto di Olbia, in attesa di poter imbarcare, ricordo che andai in una cartoleria e comprai un quaderno e una penna. Mi sedetti al tavolino di un bar e l’incipit di questo racconto saltò fuori quasi da solo. Credo, sinceramente, di essere stato molto arrabbiato, in quel momento: con Nuoro, con la Sardegna, con Gavoi e con me stesso. Sul momento non sembrava rabbia, l’avevo presa solo come una fortissima ispirazione dovuta all’ambiente altamente letterario nel quale mi ero immerso nei due giorni passati, ora so che, sotto sotto, ero furibondo per quello che era stato, tutto sommato, un bel viaggio, ma fatto a vuoto. Mentre sono seduto qui sul terrazzo e penso al protagonista di questo racconto, so che c’è molto che ci accomuna. Al di fuori del fatto che non ho mai rapinato nessun posto – ma non nego di avere spesso organizzato piani fittizi per derubare i luoghi nei quali ho lavorato, – il suo rapporto di amore e odio con la Sardegna è il mio. So di essere la Sardegna, so che c’è in me molto della mia terra e in lei, credo, molto di me. Ho sempre detto che ho difficoltà a mettere radici, come i miei continui spostamenti potrebbero fare intuire, ma la verità è che sento un fortissimo richiamo verso quest’isola. I paesaggi infiniti, il cielo maestoso e di un blu che non si trova da nessuna parte, i boschi, la natura selvaggia, il mare limpido. Amo molto il suo artigianato, la sua cucina, amo anche il sardo – nonostante sia assolutamente incapace di parlarlo – e, in parte, amo i sardi. Ma ci sono lati della mia terra che non riesco a sopportare e che mi caricano di quella rabbia che si può trovare nelle prime pagine di questo libro. Sono sicuro che la Sardegna sia un posto meraviglioso e ricco di possibilità, così come sono sicuro che i sardi non siano mai stati capaci di fare percepire il suo potenziale e la sua bellezza. Chiunque venga a visitarla e ha la fortuna di avere qualcuno del posto a fargli da guida, se ne innamora e desidera tornare, scoprendo qualcosa che va ben oltre le spiagge della Costa Smeralda e i cafoni del Bilionaire. So che questa terra ha moltissimo da dare e so che la vuole dare, per questo provo tanta rabbia, al pensiero della sua incapacità di farlo come dovrebbe. Ma come ogni amore tormentato so che, dopo essermene andato sbattendo la porta, torno sempre indietro, carico d’amore e con il desiderio di stare bene. A volte ci riesco, a volte no. Ma torno.

Nuoro, 28/12/2011

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