Come il domino…

(roba scritta quella che sembra una vita fa e che non so mai se userò per qualcosa, quindi ora lo metto qui sopra perché sì e bona lè)

È come quel gioco che c’era da bambino, quello dove ti davano un centinaio di rettangolini in plastica e tu li mettevi in piedi, in fila, costruendo percorsi complicati, con curve e salite e discese. E poi colpivi il primo e l’effetto domino si portava via il tuo lavoro di ore in sei secondi netti. E la cosa migliore è che eri pure contento che tutto avesse funzionato alla perfezione. I bambini sanno essere veramente stupidi.
E così mi sentivo, mentre seduto a quel tavolo cercavo di dire qualcosa che non avrebbe fatto cadere un altro rettangolino di plastica che avrebbe fatto cadere un altro rettangolino di plastica che avrebbe…
Lei è bella. Ha dei capelli scurissimi e degli occhiali che potrebbero nascondere degli occhi che meritano di essere guardati, ma che, per fortuna, non ci riescono. Si è presentata in pantaloni (“mi fanno un culo della madonna” mi avrebbe poi detto, nella discussione post cena). Indossa dei tacchi che porta in giro con una certa eleganza. E ha sbagliato la fermata dell’autobus e non è scesa e io l’ho vista ripartire mentre pensavo che o era una deficiente o che era davvero l’appuntamento più breve a cui avevo mai partecipato. “Com’è andata?” mi avrebbero chiesto e io avrei risposto “Mah. Dai, bene, ci siamo salutati dal finestrino dell’autobus e poi ognuno a casa propria”. Quindi l’ho recuperata alla fermata successiva e abbiamo fatto due chiacchiere e poi ci siamo seduti al tavolo di un ristorante e io ho cercato di essere interessante, ma credo di non esserci riuscito benissimo. Forse mi sarei potuto riprendere, ma poi abbiamo discusso. Litigato, dico io. Lei no, lei dice che non era un litigio, nel suo modo di vedere le cose. Che non so quale sia, il suo modo di vedere le cose. Sospetto che preveda l’uso di un coltello a serramanico e la presenza di un padrino per parte, ma non posso, ovviamente, esserne sicuro.
Però abbiamo discusso. Un sacco. Per quasi tutta la cena. Di me, di quello che ho fatto, degli errori che hanno coinvolto anche lei, anche quando non erano errori e anche quando non dovevano coinvolgerla. E c’è stato un momento, un momento preciso, in cui la cosa andava avanti da così a lungo ed era diventata talmente ingestibile (perché qualsiasi cosa dicessi veniva usata contro di me e qualsiasi cosa dicesse lei mi sembrava una condanna) che ci siamo ritrovati nel mezzo di un dialogo che un Wilder o un Sorkin avrebbero voluto scrivere (se mai Wilder o Sorkin fossero interessati a scrivere di due che escono per mangiare carne e finiscono per discutere del niente come se ne andasse delle loro vite).
“E poi vieni a dormire da noi, sul nostro divano. Te lo potevi risparmiare” dice, lei.
Tra tutte le cose che mi poteva dire, questa è, forse, la più inaspettata.
“Non ho capito: non dovevo dormire sul divano?”
“No.”
“E dove dovevo dormire?”
“Lo sai.”
“No, non lo so. Dove dovevo dormire? A letto con tua sorella?”
“Sì.”
“E perché?”
“Perché hai dormito sul divano? Credevi che non lo sapessi?”
“No, aspetta un secondo. Quindi, secondo te, io dovevo dormire nel letto con tua sorella?”
“Sì.”
“Ma io non ci volevo dormire, nel letto con lei.”
“E perché no?”
“Perché no! Non ci volevo dormire! E credi davvero che abbia dormito sul divano perché non volevo che sapessi che io e lei siamo stati a letto insieme una volta? Sei davvero così stupida?”
“Ma che senso ha venire a stare da noi, se poi devi metterti a dormire sul divano?”
“Ascolta, io quella notte dovevo dormire in hotel. Avevo una camera già prenotata. Lo sai perché ho dormito da voi?”
“Perché?”
“Perché volevo vedere te il mattino dopo, idiota!”
Si è messa la faccia tra le mani. Facepalm, lo chiamano gli esperti di Internet. Double facepalm, in realtà. Io mi sono guardato intorno. Lei ha detto qualcos’altro e io ho risposto, ma nel frattempo ho chiesto il conto. C’è un’espressione francese: “faire Charles-Magne” e si usa nel gioco d’azzardo, quando ci si ritira dalla partita avendo vinto molto e senza lasciare possibilità, agli avversari, di recuperare. Ce n’è un’altra, tra i tavoli da gioco di mezzo mondo, che dice “ti hanno preso a calci nel culo, alzati e vattene”. Ecco. La seconda mi si adatta meglio.
L’ho riaccompagnata alla fermata del bus e abbiamo parlato, un po’ imbarazzati, di cose che non ricordo. Mi ha detto che sarebbe partita per Londra, per vedersi con degli amici, quel week end. Io che sarei andato a Roma, poi a Nizza. E mentre parlavamo tutto quello che pensavo è “dille che sbaglia. Dille che non è così”, ma poi non l’ho fatto. In fin dei conti l’avevo già ripetuto più volte, nel corso della serata. L’ho guardata salire sul bus e allontanarsi e mi sono accorto che c’erano un sacco di cose che le volevo dire e che non le ho detto, perché non ho trovato modo, momento e parole adatte.
Ed è buffo. Un sacco di gente che conosco ci avrebbe fatto delle battute, su di me che, finalmente, tengo chiusa la bocca.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Ispirazione e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...