È tutta una questione di cuore…

Il buon Iosif ha fatto la sua top ten dei film della vita e ha invitato altri a farla e io per un po’ ho detto che no, non la facevo, perché odio queste cose e poi mi rimane fuori quello o quell’altro e poi mi chiedo se non la sto facendo troppo nerd o se mi sto dando arie da intellettuale e alla fine l’ho fatta.
Oh, non ho mai detto di essere uno che tiene fino in fondo sulle sciocchezze.

Le regole:
1. Vanno indicati 10 film;
2. Non si può indicare più di un film per lo stesso regista;
3. No segnalazioni completamente anonime.
I miei 10 film, lo dico subito, sono usciti di pancia, senza pensarci, buttando lì i titoli, man mano che mi venivano in mente e conscio che, arrivato in fondo, mi sarei accorto di mancanze dolorose. Cosa puntualmente avvenuta, perché non c’è Kubrick, non c’è Arma Letale, non ci sono i Fratelli Marx, né c’è Taxi Driver o Il Padrino o De Palma, Cristo, meglio se la metto online e o ricomincio da capo. Oddio non ho messo John Woo! OK, andiamo avanti.

1. Clerks (Kevin Smith, 1994)
C’è molto da imparare da questa pellicola, con tutti i suoi limiti e le sue imperfezioni. C’è, soprattutto, la capacità di Smith di raccontare le piccole cose con la stessa profondità e riuscita che altri impiegano per le cose più grandi. E ci sono dei bei personaggi, dei momenti formidabili e delle frasi che sono entrare nel linguaggio di tutti i giorni. Sono rimasto indeciso a lungo tra questo e tra In cerca di Amy, ma alla fine Clerks è più omogeneo e riuscito dell’altra pellicola.

2. L’Impero colpisce ancora (Irvin Kershner, 1980)
A rappresentazione della Trilogia e della sua bellezza, c’è il film della maturità. Libero dalla direzione lucasiana, mette gli attori in mano a quello che è un vero regista (tutti concorderanno, in seguito, che era quello dei tre con cui hanno preferito lavorare) e la sceneggiatura in mano a qualcuno che sa cosa fa. E ci regala alcuni tra i momenti più alti della storia del cinema e delle battute più accattivanti (“ti amo” “lo so” su tutte):

3. A qualcuno piace caldo (Billy Wilder, 1959)
È qui al terzo posto, ma è il mio film da isola deserta, quello che porterei sempre con me e che potrei morire guardando. Non c’è una sola cosa che non funzioni, in questo film. Non c’è un solo attimo in cui pensi “che noia, mando avanti”. Te lo bevi fino all’ultima goccia e dopo ancora speri che ce ne sia dell’altro.

4. Blade Runner (Ridley Scott, 1982)
Per me la versione originale è l’unica che esista. Come diceva saggiamente una mia amica “con il voice over è la storia di Deckart, senza è quella di Roy”. Ma io, anche quando l’ho visto senza la voce narrante, ho sempre sentito le parole nella mia testa “Sushi. Pesce freddo. Così mi chiamava mia moglie”. Racconta William Gibson che andò a vederlo al cinema, mentre scriveva Neuromante e che rimase agghiacciato e rapito dal fatto che il mondo che si stava immaginando era tutto lì, sullo schermo. Anni dopo è ancora un film carico di fascino e con una Sean Young che non sarebbe mai più stata così bella e fragile.

5. Le Iene (Quentin Tarantino, 1992)
Tutt’ora lo indico come il mio Tarantino preferito, sebbene riconosca la superiorità di altre sue opere. Forse perché, per i limiti di budget, lo trovo molto più asciutto e ritmato di quello che è venuto dopo. O forse, semplicemente, perché è un film semplicissimo, ma che funziona come un meccanismo a orologeria.

6. Victor/Victoria (Blake Edwars, 1982)
Parlavo prima di scelte fatte di cuore e con la pancia e Victor/Victoria le incarna perfettamente. Qualche giorno avevo appena finito di vedere qualcosa e ho cambiato canale, con l’intenzione di fare un rapido zapping e poi uscire. E ho beccato questo ed è un film con un cast strepitoso e delle battute e dei tempi che di rado coincidono così bene. E quindi sono rimasto lì, inchiodato, a guardarlo, fino a quando non mi sono costretto a uscire, perché avevo un appuntamento. Ma quando Toddy racconta delle donne con il pomo d’Adamo o tranquillizza Norma sul fatto che di lui non va sprecato niente, per quanto gay, tu stai lì e ridi. Tutte le volte.

7. I predatori dell’Arca perduta (Steven Spielberg, 1981)
I predatori dell’Arca perduta è l’avventura e la fantasia. Sei tu, bambino, chiuso in camera, che indossi il cappello di papà e ti infili la pistola giocattolo nei jeans perché non hai la fondina (e non importa se non è la vera pistola, ma una Cobra .38, sei un bambino e hai una pistola giocattolo, non serve altro). Il primo film di Indiana Jones è l’avventura pulp vecchio stile senza se e senza ma: funziona, diverte, emoziona, non è mai banale, non è mai scontata. Mi piacerebbe poter dire che gli altri film funzionano altrettanto bene, ma sarebbe una mezza bugia. Però questo fa un ottimo lavoro per tutti.

8. La scuola (Daniele Lucchetti, 1995)
È un film tristissimo, uno specchio acido e tragico sulla realtà dell’insegnamento. E io, che sono cresciuto con due professori come genitori, lo guardavo e ci vedevo le angosce, gli stress, la voglia di strangolare studendi, colleghi, provveditori e chiunque rendesse l’insegnamento come una corsa a ostacoli tra la mancanza di fondi, i nuovi programmi, i vecchi programmi. E poi adoro il personaggio di Mortillaro, il professore di francese che odia l’inglese perché lo si parla di più della lingua che insegna lui.

9. I soliti ignoti (Mario Monicelli, 1958)
Che gli vuoi dire a uno dei massimi rappresentanti del cinema italiano? Che gli racconti a Mastroianni e a Gassman o a Ferribotte che urla “Oh ma guarda che lì ti fanno lavorare!”. Uno di quei film che noi italiani non sembriamo più in grado di fare (e per certi versi è un bene) e che rimane lì, a ricordarti chi eravamo, sia nella vita di tutti i giorni, sia nel cinema.

10. Invito a cena con delitto (Robert Moore, 1976)
Quando metti alla sceneggiatura quel genio di Neil Simon e poi scritturi un cast che vede David Niven, Peter Falk, Maggie Smith e Alec Guinness, tra gli altri, puoi solo inchinarti e goderti quello che è uno dei film più spassosi della storia del cinema. E, incredibilmente, poco conosciuto, ma chi lo conosce lo adora, com’è giusto che sia. Nota di colore: durante le pause Alec Guinness leggeva qualcosa e gli venne chiesto cosa fosse. “È il copione di un film che mi stanno proponendo”, rispose, e gli chiesero che film fosse “Si chiama Guerre Stellari”, fu la sua risposta. Cortocircuito.

Oddio non ho messo Kurosawa. No! PER UN PUGNO DI DOLLARI!!
*scappa via urlando, le braccia alzate al cielo*

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5 risposte a È tutta una questione di cuore…

  1. Felicio Manzo ha detto:

    Professione reporter, 8 1/2, Clerks, frankstein junior, il grande lebowski, pulp fiction, Matrix, apocalypse now, Manhattan, harry ti presento sally.

  2. Dama Arwen ha detto:

    Ecco… sei l’unica persona che conosco che conosce e ama i film anni ’50, ’60 ecc, perché anche io adoro A qualcuno piace caldo, anche se preferisco ancor di più altri dell’epoca… in ogni caso Billy Wilder, Stanley Donen, William Wyler son registi che adoro.
    Io non saprei scegliere dieci sole pellicole… sono certa però di un titolo che non mancherebbe… The Parent Trap (in Italia conosciuto col titolo de Il Cowboy col velo da sposa).

    Ma… Victor Victoria dici quello con la Julie Andrews?

    • therealzen ha detto:

      Quello ed è un capolavoro. 🙂
      (sì, ad amare i film ’50 e ’60 siamo pochi, ma più di quanto si penserebbe…)

  3. Dama Arwen ha detto:

    Ah, e cmq concordo che tra i preferiti miei ci sono un sacco dei tuoi, esclusi e non dalla lista! (tranne Tarantino… che ahimé mi fa cagher…)

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