May be the chill that autumn brings

Che poi ci sono giornate del cazzo, no? Le passiamo tutti. La mia è cominciata quasi un mese fa e da allora non si è più fermata, perché chi di dovere sa darti dei messaggi ben precisi, quando vuole.
Quindi l’ennesima giornata del cazzo si apre con l’ennesima lotta per gestire gli equilibri della tua famiglia, mentre conti i minuti per andare al lavoro, così potrai pensare ad altro, ma soprattutto potrai pensare ai minuti che ti separano dall’uscire dal lavoro, così potrai andare a letto e dormire e ricominciare il giro.
Poi decidi di uscire con la tua amica, quella che, volente o nolente, le vuoi più bene di quanto ammetteresti mai. Esci perché c’è uno spritz da bere e cose da raccontarsi e arrivi in ritardo perché non devi dimenticare che è una giornata del cazzo e che il tuo lavoro è così, non ti permette di fare progetti a breve o a lungo termine, non quando dodici camere decidono di arrivare nello stesso momento e di piantare grane perché sì, perché evidentemente devono farlo.
Però hai la fortuna che la tua amica non ti manda a spasso, ché del resto se lo facesse non sarebbe amica tua, e quindi niente, vi sedete fuori, per terra e bevete e parlate. E pensi a come sia tutto così irrealmente naturale, il culo su un marciapiede e un bicchiere in mano e a come il marciapiede sembri fatto per il vostro culo e questo è strano e bizzarro. E lei te lo chiede tante volte, quando ha finito di raccontarti di sé e di quella parte tumultuosa che le è propria, se vuoi parlare. E tu dici di no. Tutte le volte. Perché. Perché sì. Perché non hai niente di nuovo da dire. Perché avresti un sacco di cose da dire, tutte in contraddizione, tutte diverse. Perché le vorresti solo dire “no, però grazie e ti voglio bene, anche se ho fatto tardi”, ma non c’entra con la sua domanda.
Perché non hai neanche tu le risposte e sei troppo stanco per rimetterti a cercarle, mentre lotti perché stomaco e quel poco di cervello che hai combattono dicendoti ognuno di fare una cosa diversa.
Poi torni a casa. Ti do un passaggio. No. Dai. No. Anzi sì, che così diciamo ancora qualche fesseria. E poi, lì nel traffico, a un semaforo, improvvisamente ti sgorga fuori una domanda che ti ritrovi a urlare nell’abitacolo e lei, tranquillamente, ti dice la sua e tu la ascolti, ma non ti interessa la risposta, ti interessa solo buttare fuori un po’ di quella rabbia che stai tenendo dentro da un mese e allora, almeno, visto che ci sei, la convogli in quella domanda, prima di farla scendere, ringraziarla, ricordarle che ci sei e non dirle che le vuoi bene. Ché tanto lei lo sa, ma però forse sarebbe da dire uguale.
Torni a casa, fai foto alla luna mentre guidi e, una volta arrivato, prendi la bottiglia di whisky e violi la regola che ti eri imposto, quella di non bere dal collo, ché le regole sono fatte per essere violate, e ci dai una sorsata. Poi scopri che è morto Marquez e ci dai un’altra sorsata, per simpatia.
E sei qui, l’orologio segna la mezzanotte passata. Genitori e gatti dormono. Le tue dita sulla tastiera no. Mezzanotte e tre minuti e una nuova giornata del cazzo che è cominciata. La numero 27.
Ma non dormi. Pensi a marciapiedi, spritz, domande, semafori, fiumi, corse, tetti e a troppe altre cose.
Giornata numero 27. Respira a fondo e buttatici.

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