Strade, ricordi e le mille vite di Zen

Capita che prendi l’auto per andare da qualche parte e capita che quel qualche parte sia fuori dalla tua città, lungo le autostrade italiane, tra code e caselli e gente che corre a 150 all’ora e tu che ti chiedi cosa ce li mettono a fare, i velox, se ogni stronzo con il piede pesante sa di poter correre e sfanalare come un pazzo perché tanto non succede niente e poi ti rendi conto che c’hai i pensieri da vecchio con il cappello e allora cerchi di pensare ad altro e ci riesci fino a quando un nuovo stronzo con il piede pesante non ti sfanala dietro.
E mentre guidi e canti canzoni che passano nella radio, incroci uscite per posti in cui non vai più o prendi corsie di decelerazione verso luoghi che conosci da anni. E mentre lo fai pensi che per ognuno di quei posti hai una storia, dei ricordi, delle cose che sono successe e che ti si sono cementate dentro. E mentre ci ripensi capisci, ti rendi conto, ti diventa chiaro che parlano di un altro te, uno che non c’è più e che non sapresti neanche dove cercare. Ché quello lì era un’altra persona, con altre idee, altri sogni, altri progetti, altri modi di fare e, soprattutto, un altro equilibrio. Ché ti verrebbe voglia di andare da lui e offrirgli un bicchiere di quello buono e fargli un discorsetto, dirgli due o tre cose, ma, soprattutto, dargli un solo consiglio e cioè “siediti, respira, quando vedi che stai perdendo la testa. Prendi e fai un giro in auto o vai dai tuoi, quando ti sembra di non sapere dove girarti. Perché, credimi, ciò che in quello stesso istante ti sembra incredibile e devastante e rivoluzionario, non è niente rispetto a quello che accadrà dopo, se non capisci la cosa più semplice. E cioè che siamo di passaggio e tutte quelle stronzate lì, ma anche che certo che la vita è una sequela di casini uno appresso all’altro, ma quello che nessuno ti racconta è che devi lottare per risolverli, se va male, o prevederli, se va bene, ma che devi anche lottare per saper mantenere e gestire le cose buone che ti capitano tra le braccia. E siccome nessuno te l’ha spiegato, spesso e volentieri le diamo per scontate e invece no, porca puttana, non lo sono”.
E sono passato vicino a luoghi dove facevo Convention e sono finito in parchi divertimento e ho sfiorato case e negozi e situazioni e ricordi e ogni volta c’era una delle mie mille vite, lì, a ricordarmi che i fantasmi, in quei posti e in quelle situazioni, non erano loro, ma che lo ero io, ché li infestavo con i miei dubbi, le mie paure e i miei rimpianti.
Sono tornato a casa ed è stato come ritornare al futuro, senza plutonio, senza strisce infuocate, con una ballata nelle orecchie (di una canzone vecchia, di una canzone di una delle mille vite, ovviamente) e sono collassato a letto. Non so dove mi sveglierò domani. Credo in questa di vita e spero di riconoscerla, spero di sapere cosa ci faccio.
E spero, se non dovesse accadere, di capire come farne parte senza esserne il fantasma, senza infestarla, ma attraversandola con grazia. Lottando anche per le cose belle, ché nessuno ce l’ha mai detto, ma va fatto anche quello.

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Una risposta a Strade, ricordi e le mille vite di Zen

  1. Dama Arwen ha detto:

    Sì ma, quando le cose brutte sono più di quelle belle? Perché la vita è un po’ un’inculata, da bambino tutti ri preservano dalla dura realtà ma quando devi aprire gli occhi è un trauma. È vero che i casini te li devi risolvere, è vero che “aiutati che il ciel ti aiuta” ma l’elemento SFIGA è costantemente in agguato. E a volte è più forte di te.

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