I looked ahead I’m sure I saw you there. You don’t need me to tell you now, that nothing can compare…

Le solite dodici canzoni che hanno accompagnato i dodici mesi appena passati. Non solo queste, ma queste spesso. Più spesso di altre che sono rimaste fuori, ma, oh, la vita è amara, amici miei.

1. Counting Crows – Mr. Jones
Ché ci sono quei pezzi che ti arrivano fuori tempo massimo e questo è uno di quelli, un pezzone dei ’90 che tu ti ritrovi ad ascoltare vent’anni dopo e però funziona ancora, quindi va bene così.

2. Edoardo Bennato – Non farti cadere le braccia
Canzone nostalgica su uno che ripassa nella sua vecchia casa e si ritrova a ripensare a se stesso da bambino, alla madre, alle difficoltà del crescere. Il pezzo è bellissimo, come li sapeva scrivere Bennato, prima di perdersi chissà perché, chissà come.

3. The White Buffalo – House of pain
Parte di un album prodotto per dare supporto a tre ragazzi accusati di omicidio con l’accusa di essere satanisti (qui trovate l’album, qui il riassunto della vicenda), è il classico pezzo di The White Buffalo fatto di chitarra, vocione e brividi continui. È una canzone che parla di abbandono e ricordo che mi colpì perché, in quel momento, la mia vita professionale stava subendo un cambiamento un po’ traumatico, con la partenza del mio capo, nonché mentore e amico, e il senso di abbandono era forte.

4. Bob Dylan – It ain’t me babe
Lui le spiega che non è la persona adatta e che si sta sbagliando. Lui è Bob Dylan che canta con voce nasale questa ballata pressoché infinita, ma bellissima e durissima (e la cover di Cash e signora non è all’altezza).

5. Jon Bon Jovi – This ain’t a love song
Che non ho molte giustificazioni, per questa, a parte il fatto che mi piace e che c’è stato un periodo che passavo il tempo a cantarla a squarciagola in auto, mentre guidavo in giro. Bon Jovi ci ha chiuso il concerto di Milano, a Giugno 2013, ed è così che l’ho conosciuta (che poi possiamo dirgli qualsiasi cosa, a Bon Jovi, ma ha suonato, cantato e saltato in giro per tre ore e rotti e, niente, uno così merita rispetto, via).

6. Elton John – Goodbye yellow brickroad
Non so come sia arrivata nella mia vita questa canzone scritta da Bernie Taupin, storico paroliere di Elton John. Per Taupin era una metafora per ritornare alle proprie origini, desideroso di fuggire o forse solo di prendersi una pausa dal successo e da tutto quello che ne conseguiva. Mi sono ritrovato nel desiderio di tornare alle proprie radici, forse. O forse mi piace sempre quando lui canta “alla fine ho deciso che il mio futuro si trova oltre il sentiero di mattoni gialli”.

7. Tom Waits – A sight for sore eyes
Due amici che si rincontrano e si raccontano le cose che sono successe durante la loro (presumibilmente) lunga separazione. Che fine ha fatto Tizio, che fine ha fatto Caio. E lei si è sposata e ha un figlio e io potevo essere il campione perché sono meglio di Monks. E bevono e giocano a flipper e bevono e alla fine sono lì che si raccontano e tu, un po’, ti senti come quello in fondo al bancone che li sente perdersi nei ricordi.
P.S. C’è da dire che sono stato molto indeciso se inserire questo o Come on up to the house, che comunque vi segnalo, va.

8. REM – Leaving New York
Ché ho un nuovo direttore e al mio nuovo direttore non piace mai niente della musica che metto (un po’ perché sì, un po’ per provocazione. Voglio dire: non gli piacciono manco i Beatles, deve essere provocazione per forza). E ogni tanto mi dice “metta questo pezzo” e quando non è Julio Iglesias, che mi fa mettere chiaramente perché si diverte a vedere la mia faccia disperata, ogni tanto imbrocca qualcosa. Tipo questa, ecco.

9. Otis Redding – (Sittin’ on) The dock of the bay
Spiegare la bellezza di ‘sto pezzo sarebbe un’offesa verso voi e il vostro gusto musicale. Perché non ci crederete, ma io non conosco nessuno a cui non piaccia, neanche persone che ascoltano genere totalmente diversi e, magari, tre minuti prima sentivano pezzi death metal o trance. E se a voi, invece, non piace, sono desolato per voi, perché vi state perdendo qualcosa di sublime (tipo il fischiettare alla fine del pezzo. Quel fischiettare lì Redding l’ha inciso per ricordarsi come andava avanti la canzone, la volta successiva che fosse entrato in sala incisioni. Poi è morto in un incidente aereo e non è mai riuscito a finirlo e quel fischiettare è diventato il marchio di fabbrica della canzone. Incredibile quanto ci sia, dietro un semplice fischiare, vero?)

10. The Kills – The last goodbye
Loro sono strani. Il pezzo è bellissimo. ‘nuff said.

11. The White Buffalo & The Forest Rangers – Come join the murder
Quest’anno è finita Sons of Anarchy, serie televisiva di Kurt Sutter che parla di una gang di motociclisti e che parte dall’Amleto per narrare gli eventi. Dopo sette anni il distacco è un po’ complicato, come in tutte le storie in cui ti affezioni ai personaggi. E la serie si chiude con questa cavalcata di oltre sette minuti, un pezzo scritto da Sutter stesso e suonato da quel The White Buffalo che ho scoperto proprio grazie alla serie. Con “murder” ci si riferisce, ho scoperto, anche agli stormi di corvi, il che rientra perfettamente con la scena finale della serie (attenzione, è nel link qui sopra, con la canzone, quindi se lo guardate poi non vi lamentate con me).

12. Tom T. Hall – That’s how I’ve got to Memphis
Si è chiusa anche The Newsroom, quest’anno, dopo tre anni belli e scostanti, ma comunque bellissimi. E lo ha fatto facendomi conoscere questo pezzo, che è un country che parla di fuga e di inseguimenti e di luoghi del cuore e che mi è piaciuta molto. Particolarmente nella versione che si sente nell’ultima puntata e che trovate qui.

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