Cose che ho imparato, dopo Parigi…

Venerdì sera non stavo molto bene e sono crollato addormentato prestissimo (e, credetemi, non vi dico quanto presto perché mi vergogno). La mattina dopo, intorno alle cinque, mi sono svegliato che ancora stavo male e ho trovato un messaggio, sul cellulare, che diceva solo “Hanno attaccato Parigi”.
Sono rimasto a letto, al buio, a navigare e a cercare notizie sull’accaduto, chiedendomi cosa stesse accadendo, a noi tutti, per vivere in tempi come questi.
Sono molto legato a Parigi, per questioni emotive. Ci ho passato un sacco i tempo, ho dei bellissimi ricordi legati alla città e alle sue persone, io e la mia famiglia abbiamo una bella storia comune, nella capitale.
Non ho una analisi su quello che è successo. Non ho parole sagge, non ho argute convinzioni, né conoscenze approfondite che vi possano far riflettere.
Ho solo la coscienza del fatto che c’è una parte del mondo che è cattiva e che, da che esistiamo, i cattivi fanno cose che non sappiamo come affrontare, perché sono talmente prive di quella scintilla di umanità nella quale, nonostante tutto, crediamo ancora da lasciarci increduli e privi di parole.
Tornerei a Parigi oggi stesso, potendo. Anche solo per sedermi da qualche parte e guardare la città. Come abbracciarla e dirle che, nonostante tutto, va tutto bene e continuerà ad andarci.
Poi, ieri ho visto il video qui sotto. Ed è, forse, la cosa che meglio di tutto esprime il mio modo di vedere, in questo momento, quello che è successo. Un padre che consola il figlio e lo tranquillizza è la migliore risposta ai nuovi inquisitori che inneggiano alle bombe, ai cospirazionisti che sostengono che sia una messa in scena per giustificare gli attacchi alla Siria, ai fini intellettuali che cercano colpe e distribuiscono titoli.
“Non dobbiamo cambiare casa. La Francia è casa nostra”, dice, carezzandogli la testa.
“Loro hanno le pistole, noi abbiamo i fiori”, gli mostra.
C’è un’infinità di saggezza e amore e buon senso e profondità, in quelle parole. Vorrei essere come quell’uomo lì e spiegare a chi mi è vicino che abbiamo i fiori e che non andiamo da nessuna parte. Che la Francia è casa nostra, che il mondo è casa nostra. E non si va via, dalla propria casa, a meno che non lo si desideri. Perché è casa nostra ed è giusto rimanervi, perché la amiamo.
C’è tanta di quella bellezza, in questo video, che si corona con il sorriso finale del bambino, che ogni volta che l’ho visto ho pianto.
Non so se piangerete anche voi, forse no. Forse sorriderete. Spero che lo facciate, perché è quello che deve fare. Deve farvi sorridere. E farvi capire che loro hanno le pistole, ma noi abbiamo una casa. Che lo vogliano o meno.

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4 risposte a Cose che ho imparato, dopo Parigi…

  1. La il@ ha detto:

    “E non si va via, dalla propria casa, a meno che non lo si desideri. Perché è casa nostra ed è giusto rimanervi, perché la amiamo.” Il concetto di “casa”, allargato a volte a quello di Patria, non è un concetto univoco, anche se è un elemento di cui ogni uomo, indipendentemente dalla propria cultura d’origine, ha bisogno. C’è chi è fortunato e questo senso di appartenenza e di identità ce l’ha, e chi invece la vita ce l’ha meno semplice e deve lottare per riappropriarsene. A volte in questo sta l’essere tra i “buoni” o i “cattivi”.

  2. meeva2013 ha detto:

    Grazie. Solo, grazie.

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