You’re too old to lose it, too young to choose it and the clock waits so patiently on your song…

Dodici canzoni di un anno che mi ha visto fare cose, provare altre strade, prendere decisioni, fare errori, cominciare, finire, riprovare, riuscire, fallire e un sacco di altre cose che non saprei mettere in ordine neanche se volessi.
Se vi va, ascoltatele. C’è un pezzettino di me e, incidentalmente, sono anche delle belle canzoni.

  1. These days – Nico
    A Gennaio ho lasciato Budrio e sono andato a vivere a Valencia (incidentalmente, più o meno negli stessi giorni, lo ha fatto anche Igor il russo, ma questa è un’altra storia). Chiunque abbia lasciato le sue cose e si sia avventurato per nuovi percorsi, sa come ci si sente. Mi ricordo che una delle ultime mattine in cui stavo ancora in Italia, ero in auto, per strada, e ho ascoltato questo pezzo, mentre il sole splendeva, in una giornata incredibilmente fredda. Ricordo che la voce di Nico, la musica, le parole, erano stranamente adatte al senso di chiusura e alla paura di quello che mi aspettava, in quel momento.
  2. The favourite band of a dead man – Man and the Echo
    C’è stata questa canzone, nelle mie cuffie, che racconta una storia un po’ picaresca, un po’ maledetta, di una band che parla di un morto e cerca di capire cosa hanno in comune con lui. Un po’ come me che scoprivo angoli e posti e cercavo di capire se mi sarei mai sentito a casa.
  3. Where do you go to my lovely? – Peter Sarstedt
    La prima volta che sono tornato in Italia, un paio di mesi dopo, ho sentito questa canzone ad anello, praticamente, mentre stavo in aereo e aspettavo di rivedere Bologna. C’è tutto un pezzo su come lui sappia che lei ha delle origini umili e di come possa essere amica del jetset mondiale, ma rimarrà sempre la stessa bambina che ha conosciuto che, boh, non lo so, mi ammazza tutte le volte.
  4. Papa was a rodeo – Magnetic fields
    In apertura dicevo che erano tutte belle canzoni, ma ammetto che, su questa, potrei vacillare. I Magnetic Fields raccontano la storia di un uomo che vive per strada e incontra una donna e si piacciono e, prima di andarci a letto, le racconta la sua storia: la storia di uno che ha sempre vissuto per strada e che, il mattino dopo, se ne andrà e che suo padre era uno che faceva i rodeo e la madre suonava in una band e lui ha conosciuto solo quella vita lì, quella del vagabondo e tutta la canzone ha questa musica dolce con lui con il vocione che racconta e ce lo vedi che sta in questo classico bar americano, al bancone, con una birra che racconta di sé e, alla fine, lei gli dice “oh ma pure mio padre era uno che faceva i rodeo e pure mia mamma cantava in una band” e la parte di lei la canta un uomo che fa un falsetto atroce e quindi alla fine pensi “cristo, che canzone di merda”. Però, oh, mi si è attaccata addosso tipo la colla e me la sono ascoltata fino alla nausea per un sacco di tempo.
  5. Rock’n’Roll suicide – David Bowie
    Vabbè, che gli vuoi dire a David Bowie, quando canta questo pezzo qui? Dovrò mica stare a spiegarvi perché è così fottutamente bello?
  6. Radar Love – Golden Earring
    Pezzone che compare anche in quel filmone di Baby Driver e che sfido chiunque ad ascoltare senza ritrovarsi a battere il piede per terra o a muovere la testa a ritmo. Ha una mini jam, nella parte centrale, che è un po’ troppo lunga, ma quando parte il ritornello, è assolutamente impossibile stare fermo sulla sedia. È uno dei pezzi con cui spesso iniziavo ad allenarmi, con la bici, e che stava nella playlist apposita che ho preparato (e che, con la classe che mi contraddistingue, si chiama “Run, fat boy, run!“).
  7. Ballroom blitz – Sweet
    Quest’anno è uscito Suicide Squad, che è un film di una bruttezza imbarazzante, ma che ha avuto il pregio di riportare in auge questo pezzone degli Sweet (che gode anche di una bellissima cover dei Damned, che, però, ne cambia abbastanza radicalmente il risultato finale). Insomma, ascoltatela e divertitevi un sacco, che è poi la cosa che gli riesce meglio.
  8. Don’t think twice it’s all right – Bob Dylan
    Il mondo sarebbe un posto molto più brutto, se non ci fosse Bob Dylan. Lo penso ogni volta che la chitarra inizia questa canzone. Che è stato un pezzo che ho ascoltato spesso in alcuni momenti difficili di quest’anno. Non saprei precisamente il perché, poiché il testo non è parla di qualcosa in cui mi rispecchio (per certi aspetti è un spin off di It ain’t me e, quindi, è Bob che saluta una ragazza e se ne va, facendole presente, in questo caso, che è tutta colpa di lei, se succede). Però la voce di Dylan ha questa capacità di farmi dimenticare del mondo che ho intorno e di farmi pensare solo a quello che sto ascoltando che è una cosa per la quale gli sarò sempre grato.
  9. Un altro giorno è andato – Francesco Guccini
    Oh niente. Adoro.
  10. (Joe gets kicked out of school for using) Drugs with friends (But says it isn’t a problem) – Casr Seat Headrest
    È una di quelle canzoni che ti prendono e non ti mollano più e, nella fattispecie, io mi sono ritrovato a canticchiare ad anello “Drugs are better drugs are better with friends are better friends are better with drugs” ad anello. Nella metro. Nessuno si sedeva accanto a me.
  11. Step into this house – Lyle Lovett
    Dunque, io lui lo conosco solo perché, per un certo periodo, è stato il marito di Julia Roberts. Poi ho sentito questa canzone qui e, come dire, mi prende facile, perché è uno di quei testi melensi, di gente che vive di ricordi e racconta il proprio passato e c’è una donna e quindi, niente, mi ha comprato come nulla. Però quando le dice “entra in questa casa, ragazza, ti canterò una canzone, ti racconterò dove sono stato non ci dovrebbe volere molto tempo”, mi fa sempre ridere perché ce lo vedo che si atteggia a uomo vissuto e poi sembra abbia fatto tipo il giro del quartiere.
  12. Time to move on – Tom Petty
    Quest’anno ci ha lasciato Tom Petty. La cosa è accaduta, tra l’altro, in un periodo in cui ascoltavo moltissimo questa canzone, dall’album Wildflowers. La conoscevo già, ma è riemersa in un momento in cui ho pensato che dovevo, di nuovo, nel giro di neanche un anno, cambiare alcune cose della mia vita e cercare di sistemarmi in una situazione migliore. “Ma sotto ai miei piedi, piccola, sta crescendo l’erba, è tempo di spostarsi, è tempo di andare”.
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Una risposta a You’re too old to lose it, too young to choose it and the clock waits so patiently on your song…

  1. amilcaxas ha detto:

    In live at budokan c’è una bella versione della canzone di Dylan

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