This jail has me imprisoned, but in this cell I don’t belong…

La sveglia che suona e tu decidi di ignorarla, perché hai un appuntamento in un ufficio, a uno sportello, con uno sconosciuto, e non senti il bisogno di alzarti di fretta e furia.
Gli ultimi rimasugli di sogni, gli ultimi barlumi di sonno, i gatti che trovi accovacciati su pavimenti e tappetini, nel corridoio e nel bagno, come se fossero i loro posti naturali.
Ti trascini per la strada, superando semafori, incrociando persone, guardando il tempo che sembrava buono e invece chissà.
Mentre lo fai, mentre percorri quello che ti separa dal tuo prossimo impegno apparentemente importante, ti ritrovi a pensare a posti in cui non sei più e a persone con le quali non sei più in contatto.
Senti presenze e distanze con una forza che ti comprime lo stomaco e, improvvisamente, sei in due posti diversi.
Sei nella tua vecchia città, per le tue vecchie strade, mentre sei nella tua nuova città, nei luoghi che ancora scopri ogni giorno.
Ricordi persone che vedevi tutti i giorni e pensi a routine che ora fanno parte della tua quotidianità.
Senti sotto i piedi la strada che non percorri più, mentre cerchi di concentrarti su progetti che ancora non sono reali, ma che sembrano lì, vicino alle punta delle tue dita.
Immagini cose che accadranno, ti proietti in un futuro che non c’è, sperando in cose che non sono certe.
Alla fine realizzi che non stai ponendo importanza e attenzione al presente. Che quello che ti sta accadendo ora, nel momento, tutto intorno a te, sta passando senza che gli dia la dovuta importanza.
Che sei preso a immaginarti a fare altro, perché quello che fai tutti i giorni ti è diventato pesante e insopportabile e perché l’ignoto ha un sapore di pace che il reale, spesso, ti nega.
Entri in ufficio e scambi due chiacchiere con i colleghi, ma non sei lì.
Stai parlando con persone che non vedi più. Stai parlando con persone con cui non hai ancora parlato.
Sei ovunque, ma non lì. Ché è nel ovunque che c’è ciò che cerchi.

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