One more time, for a simple twist of fate…

Bob Dylan sembra piccolo e fragile.
Arriva sul palco, non dice nulla, non saluta, va al piano e comincia a suonare, accompagnato dalla sua band.
Il pubblico fa una standing ovation. Perché è un premio Nobel. Perché è una leggenda. Perché è Bob Dylan. Ma lui non ci fa caso o ignora e canta.

Nel 1987, Bob Dylan ha cominciato il Never ending tour con il quale gira il mondo da allora, mentre, intorno a lui, cambiano i musicisti della band e passano gli anni.
Come è comprensibile, per un uomo che suona le stesse canzoni da più di 30 anni, Dylan ha riarrangiato tutto. Dove con “riarrangiato” intendo che le sue canzoni hanno musiche totalmente differenti, tanto che, in alcuni casi, le riconosci solo perché conosci il testo.

E, a volte, neanche quello.
Dylan ha 74 anni. 74 anni che, suppongo, ha vissuto pericolosamente, facendo esperienze di ogni tipo. 74 anni che non gli impediscono di fare un’ora e mezza di concerto senza fermarsi mai, ma che pesano sulla voce, nasale come sempre, ma anche sulla dizione, complicata e, a volte, incomprensibile (e se lo dico io, che sono una via di mezzo tra un orchetto di Mordor e un lemming…).

Sapevo tutto questo, prima di andare a vederlo. Amici e blogger mi avevano raccontato di questa cosa. Mi avevano detto “guarda che ormai non ha più senso, non ci capisci niente”.

Perché sono andato lo stesso?
Perché è Bob Dylan.
Sono un appassionato di hard rock e rock. Ascolto spesso e volentieri il metal. Ma, se mi fermo e ci penso, Bob Dylan è l’artista che più ha influito sulla mia vita, personale e anche su quella creativa.
Desolation row. It ain’t me, babe. Things have changed. Don’t think twice it’s alright. You’re gonna make me lonesome when you go. If you see her, say hello. E tutta una serie di pezzi che non mi metto a citare, ma che hanno risuonato durante i miei giorni bui, durante quelli luminosi, durante i cuori spezzati, durante le sessioni di scrittura e durante quelle alcoliche.
Per me era importante vedere Bob Dylan perché è Bob Dylan. Perché ha cantato una versione di Like a rolling stone assolutamente inconcepibile, ma era Bob Dylan e portava, sulle spalle, il peso di una vita e di una carriera che avevo bisogno di vedere con i miei occhi.

E ogni volta che ha preso l’armonica e l’ha suonata, ecco, quello è stato il momento in cui è successa quella cosa dello stomaco stretto. Il momento in cui, in quell’armonica, hai riconosciuto Bob Dylan, che te l’ha suonata nelle orecchie un miliardo di volte, mentre scrivevi quella pagina di quel libro, mentre fumavi quella sigaretta, mentre passeggiavi, mentre scrivevi a quella persona speciale.
Per quell’armonica perdoni la voce nasale e gli arrangiamenti inconcepibili e la mancanza di contatto con il pubblico.
Perché è in quell’armonica che Bob Dylan ti si è seduto accanto e ti ha detto “ciao, sono Bob Dylan e voglio farti sentire una cosa che amerai”.
E, infatti, l’hai amata.

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