Maybe I’ll get better, maybe I’ll be different, this year…

Ho pagine di cose che ho stampate “così poi le leggo” e non le leggo.
Ho mail pronte non mandate.
Documenti da firmare che non firmo.
Multe da pagare che non pago.

Sono di nuovo in quella fase in cui mi guardo in giro e mi chiedo “come è successo?”.
Non so se sono depresso. Non ho gli strumenti per deciderlo e non ho il tempo, né i soldi per pagare uno specialista che me lo dica.

E, se anche li avessi e un dottore me lo confermasse, non prenderei medicine, perché sono fatto così. Sono fatto male.

Ho ribaltato il tavolo ancora una volta, con tutto quello che c’era sopra. Solo che, stavolta, come se fossimo in un capitolo scadente di Matrix (quindi, basilarmente, un qualsiasi capitolo di Matrix, escluso il primo), è cominciato il rallenty, il tavolo sta ancora piroettando, le cose sono ancora per aria. Potrei, volendo, invertire tutto e rimettere tutto com’era.
Volendo.
Lo voglio?
Non lo so.

Sto perdendo il mio ultimo dente da latte. A quaranta e passa anni. È ancora lì, aggrappato, che duole, che balla, ma non cade.
Rimango aggrappato come lui. Ai ricordi, alle persone e ai posti del mio passato. A ciò che mi manca e che non riesco a sostituire.

Riempio i momenti di tristezza con i pensieri delle cose belle che ho. Il muso della gatta, spinto con forza contro le due dita, quando la coccoli. Il risveglio abbracciato e i divani condivisi. Certi scorci della città in cui vivo. I camerieri del mio bar preferito, che mi fanno le feste ogni volta che vado da loro e mi preparano uno spritz senza manco più chiedere. Le musiche di Bob Dylan (che vita avrei avuto, senza Bob Dylan?). Gli amici che vengono a trovare e che inviti, perché ti fa piacere avere gente per casa.

I momenti di tristezza si curano così. E con il whisky.

Per la paura del futuro, purtroppo, non c’è niente da fare. Per quello puoi solo affrontarlo, avvicinandotici un giorno dopo l’altro.

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