2019 finora /6

4 levels è quel genere di guilty pleasure che, ogni tanto, mi prende. Si tratta di brevi (si fa per dire) video su YouTube che trattano di cibo. Si prende un piatto e lo si fa cucinare a un dilettante, a un semi pro e a uno chef. Oltre a ciò, un nutrizionista spiega benefici e differenze nei diversi modi di cucinare. Se si riesce a sopportare tutta una serie di barbarie, è persino divertente.

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“Ma come non hai mai visto Highlander?” e allora ho rimesso su Highlander. E, dolorosamente, devo ammettere che il film è invecchiato malissimo.
Certo, ha ancora un certo fascino nella ricostruzione della vita di Connor MacLeod e, per quanto reciti con il pilota automatico, Sean Connery è sempre un bel vedere, particolarmente in certi momenti, in certi guizzi.
Però i dialoghi sono a tratti imbarazzanti e gli spiegoni sono un misto di noia e di ridicolo che ti abbatte tutta la poesia e l’epicità di quella che, in fondo, è stata una delle mie pellicole culto, fin da bambino.

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Ogni tanto rileggo Rough, particolarmente se sono in un periodo inquieto. Spesso la gente non capisce il perché e io, fondamentalmente, non ho mai speso molte parole per spiegarlo.
Da un lato, Rough presenta tutte quelle caratteristiche del fumetto di Mitsuru Adachi che amo: personaggi complicati, silenzi, paesaggi curati, un senso di nostalgia in sottofondo.
Dall’altro, è una bella storia di amicizia (in tutte le sue forme) e ha quella cosa che solo Adachi (e, parlando a livello letterario, alcuni testi di Haruki Murakami) è capace di infondere: questa sensazione di leggere qualcosa di sospeso nel tempo, in una via di mezzo tra la modernità e la tradizione, che si riscontra nelle stradine alberate, nei pasti improvvisati, nelle passeggiate in silenzio.
Rough è stato recentemente ripubblicato da Star Comics (credo con una traduzione migliore di quella originaria) e, ça vas sans dire, lo consiglio moltissimo.

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Arrivo a Succession con ritardo, al secondo anno di messa in onda, perché consigliato da una cara amica e avendone letto molto bene nell deep web (leggi: un gruppo di sfigati delle serie TV di cui faccio parte).
Succession è forse una delle serie meglio scritte degli ultimi anni e ho divorato le prime due stagioni come non mi capitava da molto tempo. La storia di questa famiglia che vive all’ombra del suo patriarca (un gigantesco Brian Cox) e dove nessuno è un personaggio positivo, ma, anzi, sono tutti – chi più, chi meno – delle carogne, degli ipocriti, delle persone false e capaci di tradirsi da un momento all’altro, ti tiene incollato allo schermo come neanche un thriller. Ti ritrovi ad affezionarti, nonostante tutto, e a capire che quello che ti sembra il buono della situazione, alla fin fine, è solo quello un po’ meno carogna degli altri.
A chiudere il tutto, un cast di attori in forma eccezionale e che ti lascia lì, a chiedere ancora e ancora. Ovviamente, è HBO.

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