Nothing good happens after 2am.

(questo l’ho scritto la mattina del 27 Giugno, alle 3 e rotti, dopo che, in ospedale, mi avevano fatto accomodare in una sala d’attesa. Ero lì, ho preso il cellulare e ho buttato giù tutta una serie di pensieri che ancora non avevo buttato giù. Poi non l’ho mai pubblicato, non so perché. Non so neanche perché lo pubblico oggi. A volte devi semplicemente esprimere quello che senti dentro.)

Mio padre se n’è andato alle cinque e mezza del pomeriggio.

Stavo tenendo una classe, da casa, online, con un mio studente giovanissimo. Il telefono ha suonato ed era mia madre e, contrariamente a quanto faccio di solito, ho risposto.

Ho risposto perché sapevo che la situazione era delicata (lo era da due mesi). Ho risposto perché sapevo cosa avrei sentito, dall’altra parte.

Mia madre mi ha dato la notizia. Mio padre se n’è andato alle cinque e mezza del pomeriggio. Ho detto va bene, OK, ti richiamo dopo. Ho messo giù, mi sono scusato con lo studente per l’interruzione e ho ripreso lì dove avevo lasciato.

Dopo quella classe ne avevo un’altra. Ho scritto al mio coordinatore per dire cosa era successo e se potevo cancellarla, ma poi ho lasciato stare. Non potevo andare da nessuna parte perché eravamo ancora dentro alla quarantena e, per di più, vivo in un paese diverso da quello dove vivono i miei genitori.

Ho pensato che sarei impazzito, a non fare niente. Ho pensato pure che mio padre avrebbe approvato e, quindi, ho tenuto la lezione successiva.

Nasciamo e moriamo dalla notte dei tempi e quindi, tutto sommato, mi viene da pensare che la mia storia non sia né particolarmente originale, né speciale. Però è la mia e non ci saranno altri padri che moriranno, per me, almeno credo, almeno di un qualche colpo di scena inatteso nella mia vita. Quindi devo ancora metabolizzare tutto, anche se è passato più di un mese, da quando è successo, e io so bene che non ho ancora realizzato, né affrontato per davvero la cosa, perché sì, perché ho avuto altri problemi, altri pensieri, altre cose su cui concentrarmi, di cui occuparmi, su cui puntare la mia attenzione, lasciando solo brevi sprazzi per pensare a mio padre che non c’è più, per immaginarmelo mentre fa cose che gli ho visto fare per tutta la vita e che non avrò più modo di vedergli fare, per accorgermi che c’è molto, di lui, in me, quando mi muovo in un certo modo o annuisco mentre ascolto la televisione o in altri microscopici momenti.

E so che, prima o poi, mi verrà presentato il conto, di questo dolore soffocato, ma, immagino, dovrò occuparmene quando sarà il momento.

Tra le tante cose che mi rammarico di non poter più fare con mio padre, c’è il fatto che non potrà tenere in braccio mia figlia, la nipote che voleva tanto vedere.

Mio padre avrebbe sempre voluto avere una figlia femmina e, invece, gli sono toccati due maschi. Io, nei suoi piani, mi dovevo chiamare Simona. Poi si è trovato un Fabrizio, con il suo stesso caratteraccio burbero, a mascherare un animo meno cattivo di quanto vorrebbe dare a vedere.

Poco prima e poco dopo la morte di mio padre, ho avuto tutta una serie di rogne di piccole e medie dimensioni. Diciamo che il 2020 si sta dimostrando un anno poco benevolo.

Ed è per questa ragione che la nascita di mia figlia, il momento del parto è qualcosa che mi ha cominciato a spaventare maggiormente. Perché, quando tante cose vanno male, come puoi affrontare serenamente un passo del genere? E, pur non essendo mai stato particolarmente scaramantico, mi ritrovo a dipingere scenari apocalittici e a cercare di prevedere come uscirne.

Mi succede da più di un mese. Mi sta succedendo ora, mentre sto seduto in questa sala di ospedale, attendendo che mi dicano se resto o torno a casa, mentre penso a mio padre, che non potrà stringere sua nipote e che, l’ultima volta che venne a farmi visita, venne in questo stesso ospedale per le sue beghe di salute.

Niente di buono accade, dopo le due del mattino. Cerchiamo di fare sì che stavolta non sia così.

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