Cose che…

Io non è che con Dio abbia questo gran rapporto (che è un modo gentile per dire che, proprio, non ne ho), però voglio essere giusto e riconoscere che ci sono cose in cui si annida la perfezione.

1. Le patatine fritte.

2. Certi attacchi di Bob Dylan.

3. A qualcuno piace caldo.

4. Lo stendersi sul letto, al termine di una giornata infinita (altresì detto bedgasm)

5. Il primo sorso di acqua fresca quando stai morendo di caldo.

(Il sesso no. Il sesso ce lo siamo guadagnati, che se era per lui stavamo ancora dietro a un cespuglio a vergognarci del nostro corpo)

Annunci
Pubblicato in Tutti i giorni | 1 commento

Everybody changes ‘til tomorrow’s yesterday…

Il gatto che ti salta addosso perché è il suo modo per dirti che devi svegliarti, basta dormire, basta stare fermo sotto le lenzuola, c’è un mondo che ti aspetta o, quanto meno, ci sono delle coccole da fare. Sognavi di palazzi che crollavano e di crepe e scale e gente che correva e non ricordi altro, solo confuse sensazioni. Apri gli occhi e ti guardi intorno e dalla luce non capisci se c’è il sole o no e se il mondo lì fuori ha ancora tutti i palazzi al posto giusto o se ne manca qualcuno.
Ti alzi e metti su il caffè, mentre stai fermo in mezzo alla cucina e fissi un punto indefinito. Se il gatto non ti avesse svegliato, saresti ancora dentro un palazzo che crolla? E se il palazzo fosse crollato, dove ti saresti risvegliato?
Bevi il caffè caldo, seduto sul divano. Guardi Clerks e, mentre lo fai, ripensi a quando l’hai rivisto la prima volta e quante volte l’hai rivisto dopo e a chi eri, a quel tempo, e a chi conoscevi. Ti stendi una lista. Ripensi a nomi. A facce. A tic. A modi di dire. Ti chiedi dov’è quella gente, cosa starà facendo. Non senti la necessità di scoprirlo, ma non puoi fare a meno di pensare che, nel momento in cui vi siete separati, qualcosa di te se n’è andato con loro.
Ti vesti, esci e vai in un posto dove non avresti mai pensato di andare. Dove c’è cibo e bancarelle di cose più o meno artistiche, più o meno professionali e musica che non ti fa impazzire, ma è musica e la gente è contenta e balla e tu sei lì che li guardi, sorseggiando uno spritz buono, fatto bene, che ti fa un sentire un po’ meno la mancanza di casa.
Incontri due persone che conosci, decidete di bere una cosa insieme, di ascoltare la musica seduti su un prato, all’ombra e di chiacchierare del più e del meno e, per un attimo, ti ricordi com’era, parlare con le persone e bere e raccontarsi cose. Ascolti un gruppo raggae e poi una cover di Prince che ti fa ricordare che, quando passa Kiss, inevitabilmente la canti in falsetto.
Torni a casa, sudando sotto al sole, ma va bene, perché hai cominciato questa bizzarra routine fatta di camminate per la città, mentre ascolti musica e pensi alle tue cose. Passi accanto alle persone, le studi, guardi come vestono, come camminano, cosa fanno, se ti guardano a loro volta.
A casa metti su un film, ma sei troppo inquieto, per seguirlo. Nel frattempo amici lontani ti mandano messaggi e voci e foto da un luogo che, un tempo, era casa tua e che ora è troppo lontana per essere raggiunta. Carezzi i gatti, ti rigiri sul divano, alla fine ti alzi e vai al cinema a guardare una pellicola che ti interessa relativamente, in una lingua che ancora hai difficoltà a capire pienamente. Mangi caramelle. Bevi Coca Cola. Pensi a quante calorie stai ingoiando e sai già che, dopo, ti sentirai in colpa.
Quando esci è notte e aspetti l’autobus per venti minuti. Respiri l’aria ancora fresca di una giornata molto calda e guardi le auto passare e le luci che brillano. Canticchi Regina Spektor. Canticchi i Rolling Stones. Siedi nel bus e guardi ragazzine che hanno meno della metà dei tuoi anni che vanno chissà dove, tutte in ghingheri, e ti chiedi se loro ti vedono come un vecchio, quando tu, ancora, ti senti avere un’altra età.
I gatti che ti fanno le feste, al tuo ritorno, prima di litigare e costringerti a fare da paciere con due creature che non ti capiscono e, tutto sommato, non sembrano neanche particolarmente interessate alla tua presenza.
Ti stendi a letto. Gli amici ancora ti scrivono. L’inquietudine è ancora lì. I palazzi non sono ancora crollati.

Pubblicato in Scazzo | Lascia un commento

You could have done better but I don’t mind…

Oggi parlavo con una persona del suicidio. Che lo so che ci sono inizi meno drammatici di questo, però, oh, parlavamo di questo.
Mi raccontava di un suo parente che si è ucciso e io ho raccontato che, qualche anno fa, sono arrivato vicino a farlo anche io.
La cosa buffa è che erano le nove del mattino e io stavo facendo colazione.

Cinque anni fa, circa, forse sei, non stavo molto bene. Che è un eufemismo per dire che la mia testa era il caos assoluto. Di quella roba che vai a dormire incasinato, ti svegli nella notte e pensi “no, ti prego, non ti svegliare”, ma è come dire che vuoi svegliarti e, infatti, non dormi più e passi le giornate con tipo tre – quattro ore di sonno sulle spalle. Giornate che prevedono crisi di panico o di pianto, che cerchi di nascondere ad amici e genitori e datori di lavoro e conoscenti. La cosa va avanti per un po’, fino a quando, a un certo punto, cominci a pensare che, tutto sommato, può bastare così.

Visto che sono qui a scrivere queste amene righe, mi pare abbastanza evidente che no, non mi sono suicidato. Ma ci sono andato vicino. È stata una notte di Dicembre e, senza volere fare il melodrammatico, quando ci ripenso realizzo quanto ci sia mancato poco e quanto sia incredibile che non abbia fatto quell’ultimo centimetro.

Quello che non avevo realizzato, fino a oggi, che pensavo, ma non avevo veramente messo a fuoco, è che non finisce così. Evitare di compiere quel passo lì, non significa che è tutto a posto e si può tornare alla propria vita. Tralasciando che ci sono comunque dei problemi da risolvere (cosa che può prendere il suo tempo, ma che è superabile), il pensiero del suicidio rimane lì.
Anche dopo mesi. Anche dopo anni.
La verità è che, quel pensiero, rimarrà lì *per sempre*. A ricordarti che stavi per farlo. Che hai considerato l’opzione.
E che potresti ancora farlo, se volessi.

È un pensiero che sta lì, sullo sfondo, ma che, ogni tanto, ti assale. Nelle notti complicate, quando i pensieri negativi sono tanti. O nei periodi brutti, quelli dove non trovi pace e sembra che vada tutto storto.
Sta lì. A volte con maggiore forza. Come quando stai da qualche parte e qualcuno che non conosci ti sta fissando e tu tieni lo sguardo altrove, per non dare un contatto visivo che possa sembrare un incoraggiamento, però senti comunque i suoi occhi addosso ed è una lotta per non cedere e non voltarti a guardarlo a tua volta.
Sta lì. A volte il suo sguardo è pesante come un masso e ti cola addosso come fango, appiccicoso e viscido. A volte è più leggero, ma ti svolazza attorno, come quel moscerino che non riesci a scacciare, non importa quanto agiti le mani.

Quando ho realizzato questa cosa, oggi, mi ha un po’ disorientato, perché, davvero, fino a oggi non avevo realizzato quanto quel pensiero facesse parte della mia vita.
Lo dico a scanso di equivoci e mi scuso se non l’ho fatto prima: non sto pensando di uccidermi. Sto bene, non vi preoccupate, se vi preoccupate. Ho un periodo complicato e pieno, ma non sono nelle condizione di quella notte di Dicembre e la notte dormo abbastanza bene, caldo e gatti permettendo.

Ma sono uno che mette per iscritto le cose, per vederle da un’altra angolazione. Un po’ come se, esprimendole, uscissero e potessi vederle dal di fuori, come se non fossero più mie.

Immagino che non mi libererò mai di quel pensiero lì. Posso anche cercare di farne un memento o una medaglia per non avere compiuto quel passo.
Ma sarà sempre lì e, per quanto mi scocci, tutto quello che posso fare è accettarlo. Un po’ come il parente fastidioso o l’amico che non puoi soffrire. Sta lì, devi prendere atto che esiste, che c’è, che è reale e devi, semplicemente, fare in modo da non permettergli di rovinarti l’esistenza (per quanto, mi rendo conto, che, nel caso specifico, si vada un po’ oltre il “rovinarsi l’esistenza”).

E quindi eccoci qui, parente fastidioso. È domenica, fuori c’è il sole e ho fatto un ottimo caffè americano. Il resto non conta.

Pubblicato in Tutti i giorni | 2 commenti

Cose varie (2017 finora) /1

feud

Da appassionato di vecchio cinema (e da amante di Che fine ha fatto Baby Jane?), conoscevo il dietro le quinte dell’odio tra Bette Davis e Joan Crawford. Quando è stata annunciato Feud ero curiosissimo e trepidante. Quando hanno annunciato Susan Sarandon e Jessica Lange, nei ruoli delle protagoniste, ero ancora più trepidante. Ryan Murphy, alla scrittura, aveva avuto modo di intervistare a lungo la Davis e sa di cosa parla, quando racconta tutta la storia delle due attrici e della pellicola che le vide insieme. Però, quello che non mi aspettavo, è che Feud diventasse una narrazione magnifica del ruolo della donna nel cinema (e non solo) di quegli anni e una tristissima riflessione sul tempo che passa e sull’abbandono. Se non la state seguendo, recuperatela, la prima stagione dura otto puntate ed è bellissima (la seconda, pare, sarà incentrata sul rapporto tra Carlo e Diana, che mi interessa meno, ma, ammetto, a questo punto sono curioso).

witcher

Ho iniziato a leggere la saga di Geralt di Rivia, pur non avendo, ancora, giocato a nessuno dei videogiochi tratti dai libri, perché ero curioso di leggere un fantasy scritto da polacchi e così famoso nel mondo. Per vedere come, da quelle parti, interpretano l’idea di fantasy, se più verso lo stile inglese o quello americano o, Dio ce ne scampi e ce ne liberi, verso quello giapponese.
La sorpresa è stata trovare delle storie scritte, veramente, con uno carattere squisitamente europeo e, mi spingo a dire, che sono più dalle parti dei fratelli Grimm che da quelle di Tolkien. Questo sia perché c’è cattiveria, c’è sangue e, spesso, c’è una patina di amarezza e di finali poco consolatori e sia perché Sapkowski si diverte un mondo a prendere favole classiche e a rileggerle in maniera più cruda di come le conosciamo (particolarmente divertente La bella e la bestia, tra quelle che ricordo). I primi due libri sono racconti brevi, spesso molto divertenti. Poi c’è una saga di quattro libri, sui quali sospendo il giudizio, essendo a poco meno di metà del primo (e, lo ammetto, per il momento non essendo molto colpito, come se Sapkowski avesse difficoltà a gestire una cosa di più ampio respiro).

LP

Da buon ultimo sono finito a sentire l’album di LPLost on you, e, molto banalmente, ad amarlo molto. Lei ha una voce pazzesca e, sullo schermo, anche un incredibile carisma, pur non rientrando nei canoni di bellezza classica. Se non l’avete ascoltata, fatelo, non ve ne pentirete.

Pubblicato in Cose varie, Melodia del suono | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

Monday is allright for the last jedi

Lo so che lo sapete, ma è uscito il teaser di Episodio VIII. Ci vediamo qui sotto.

Continua a leggere

Pubblicato in Cinemino | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Not all those who wander are lost

Schermata 2017-04-17 alle 19.05.05Una delle cose che mi piace dello scrivere è quanto mi faccia influenzare dalle cose che mi succedono intorno.
Avete presente quello che succede in “Shakespeare in love”? Quella roba pretestuosa per la quale William Shakespeare scriva il Romeo e Giulietta basandosi sugli accadimenti della sua vita (lo dico a scanso di equivoci: il film è uno di quelli che guardo con piacere, perché sono convinto del mio buon gusto, ma sono anche un po’ una puttana dei sentimenti, quando si tratta di film)?
Ecco, mi succede più o meno lo stesso.
Anni fa, una mia cara amica mi ha regalato un cartello che adoro e che avevo appeso nella vecchia casa, sopra la lavagna di sughero dove stavo organizzando il nuovo libro. Diceva “Attenzione o finirai nel mio romanzo”. Mi faceva ridere perché era vera, perché ho amici e conoscenti che sono finiti nelle cose che scrivo. Per dialoghi, per situazioni, per aneddoti. Ogni tanto, quando mi hanno raccontato qualcosa o qualcosa ci è accaduto, ho detto “questo finisce nel prossimo libro”. A volte è successo, a volte no. A volte ho inserito direttamente, senza annunciare prima. A volte li ho poi avvisati, di averlo fatto, a volte no.
Mi piace, quando la mia vita mi porta in in dono momenti così. Perché sono quelli inaspettati, quelli che non sapevi ti sarebbero stati donati e, quando ti accorgi di cosa sta succedendo, è un misto tra meraviglia, sorpresa e divertimento. Quel momento in cui pensi “OK, sei dentro”, tra te e te, mentre pensi dove inserirlo, come, quanto spazio dare alla cosa.
Quindi, ragazzina che facevi la funambola con il fuoco, in mezzo alla strada, sappi che sei dentro. E grazie.

Pubblicato in On writing | 2 commenti

Le stagioni e i sorrisi son danari che van spesi con dovuta proprietà…

C’è stato un momento – nella lunga strada che sono stati gli ultimi sei anni – in cui ho tagliato corto con un sacco di cose. Non voglio dire che, prima, fossi una drama queen, ma sì, prima ero una drama queen. Di quella della peggior specie, tra l’altro. Di quella che crede che quasi la maggior parte dei successi debbano passare tramite la sofferenza e il torturarsi e il chiedersi perché, o perché proprio a me?
Poi è successo che ho subito un trauma brutto davvero, in cui non c’era bisogno di fare la drama queen per chiedersi “perché proprio a me?” e l’effetto immediato è stato che, di colpo, tutti gli orpelli e la necessità di sentirsi speciale tramite la sofferenza sono caduti a terra come pezzi di armatura che non servono più.
Il che non significa che non soffra come tutti, ma che, infine, è arrivato quel momento in cui ho cominciato a fare una netta (pure troppo, a volte, lo ammetto) distinzione tra cosa meritava che io  stessi male e cosa, invece, poteva essere un leggero fastidio da superare con una scrollata di spalle. È arrivato quel momento in cui ho deciso che c’erano cose per cui non valeva la pena di soffrire e che, anzi, nel momento in cui cominciavano a esigere un tributo di sangue che non ritenevo necessario, era il momento di lasciarle andare, anziché attaccarcisi testardamente.
Non voglio dire che sia sempre giusto, ma non riesco a negare che sia, spesso, stata la decisione giusta. Perché ci sono cose che dovrebbero non dico essere facili, ma che dovrebbero portarti più benefici che problemi e che, quando non è così, forse non vale la pena di caricarsi sulle spalle.
Mentre rileggo queste righe mi rendo conto che può suonare molto duro e che il me stesso di molti anni fa non avrebbe concordato, anzi, che avrebbe detto che, invece, bisognava lottare e dare possibilità.
La verità è che no, non si deve fare niente del genere. Lo si fa se si sente che ne valga la pena. Quando non è così, si tira avanti. Senza drammi, senza odio, senza sofferenze, ma limitandosi a capire che, a volte, una rottura, di qualsiasi tipo si tratta, non è un fallimento, ma semplicemente accettare che non era destino.

Tutto questo discorso pieno di auto consapevolezza e di sapienza ha sempre avuto un solo scoglio, che è quello delle amicizie. Per dirla chiara e facile: sono un mio grosso nodo e lo sono sempre stato. Fin da bambino ho sempre creduto molto nei rapporti di amicizia, particolarmente quando diventavano qualcosa di profondo. Mi spingo a dire che un’amicizia che finisce – particolarmente quelle che si sfaldano in modo traumatico o senza senso – per me sono sempre state dolorose al pari delle relazioni amorose che si chiudono (magari non ugualmente, ma poco ci manca). La mia acquisita filosofia del “let it go”, vacilla sempre, sempre, quando c’è di mezzo un’amicizia. E sono sicuro che un bravo strizzacervelli saprebbe dirmi perché, indicarmi quel momento, quell’occasione, quella persona specifica, che hanno influenzato così tanto sul mio modo di pensare da vedere negli amici questi pezzi di famiglia da cui mi è difficile staccarmi. Non avendone uno e non avendo né tempo, né voglia di ripercorrere la mia vita per cercare il nodo – anche perché, banalmente, credo di sapere bene quale sia – l’unica cosa è accettare il fatto che è così e non ci posso fare niente.
Potrei – e dovrei, aggiungo, – essere capace di intuire quando i rapporti non sono ricambiati. Quando le energie che ci investo non sono le medesime, dall’altra parte. Quando le cose che vedo io, non trovano riscontro nella visione altrui. Potrei dire che ci sto lavorando, ma la verità è che, ogni volta che sbatto il muso contro un rapporto che si deteriora, faccio clamorosi passi indietro e mi ritrovo a macerarmi per giorni.
Quindi, l’unica cosa che posso fare, è compiere quel passo finale, quello di andare dall’altra persona e dire “che succede?” e, dopo di che, accettare quello che ne viene e capire che, anche qui, il lasciare andare non è un fallimento, ma, semplicemente, l’accettare che non era destino.

Pubblicato in Scazzo | Lascia un commento