Quella parte lì.

Scriveva Luca Sofri, nella newsletter de Il Post, su un articolo di non ricordo dove in cui si parlava di canzoni che piacciono più per un pezzo specifico che per la canzone nella sua interezza.

E stavo giusto ascoltando Suffragette City di David Bowie e c’è quel momento, sul finale, in cui la canzone sembra fermarsi e, dopo un istante, Bowie urla:

Ohhh, wham bam thank you ma’am!

E riparte tutto il carrozzone per pochi ultimi secondi e io, io in quel momento lì, quello del silenzio prima che Bowie urli, sto tutto teso e penso “dai David, portaci in fondo” e Bowie allora urla e ci porta in fondo. Tutte le volte.

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Un anno fa /2

Un anno fa, dopo più di 30 ore, le cose non andavano benissimo. Eravamo ancora in ospedale, c’erano ancora contrazioni, ma mancava quella cosa chiamata “dilatazione” che ti porta, come Ross in Friends, a dichiarare che persino tu sei dilatato, come può lei no?
Poi è arrivata quell’altra fase, quella della epidurale che, di norma, significa che siamo arrivati in fondo e tra poco è tutto finito.
Poi è arrivata quella fase lì, quella che non ci aspettavamo, fatta di sangue e di spavento e di trasferimento in sala operatoria d’emergenza e, soprattutto, del dottore che ferma la barella e ti dice “dalle un bacio adesso” e tu, ovviamente, pensi tutto il male possibile di quello che accadrà, da quel momento in avanti.
Poi è arrivata un’altra fase ancora, una dove ti fanno sedere in una sala d’attesa, la stessa che hai visto più di 50 ore prima, con una signora con figlia che parlano rumorosamente e tu che cerchi di sentire i rumori che vengono oltre la porta per capire cosa succede e ti innervosisci perché non dormi da più di 50 ore e la signora e la figlia sono rumorosissime ed effettivamente non è colpa loro, ché nessuno gli ha spiegato la situazione e ha chiesto loro di smetterla di essere rumorosissime, quindi, a un certo punto, con la massima calma e gentilezza chiedi loro di stare zitte un minuto, perché ti è parso di sentire qualcosa e, quando lei ti ha chiesto perché, hai risposto “perché sto cercando di capire se sto per avere una figlia o no”.
Poi, infine, è arrivato quel momento, quello in cui ti hanno chiamato dentro, ti hanno detto che la piccola sta bene, che tutti i test sono positivi, che la madre sta bene e che ora la sveglieranno e tu ti guardi in giro e continui a chiedere “quindi tutto bene?” anche se ti hanno già risposto, ma tu non sai davvero cosa fare o dire e poi il dottore, un po’ perplesso, ti chiede “non la vuoi tenere in braccio?”.
E solo in quel momento fai caso a quel fagotto bianco, da cui esce una testa avvolta da una cuffietta anch’essa bianca, e un faccino scuro e ingrugnito e mormori un “posso?”.
E te la mettono in braccia e pensi che non pesa niente e che non sai cosa fare, ora. Che sei tipo Wyle E. Coyote che acchiappa il Beep Beep e poi mostra il cartello che dice “OK, sapientoni: ora che dovrei farci?”.

Poi ti spostano in una stanza e ti lasciano lì, da solo, finché non arriva un’infermiera con il fagotto e ti dice “Ti mostro come si fa il pelle contro pelle” e tu non le stai a spiegare che lo sai, che hai fatto i corsi anche se c’era la quarantena e che sei conscio che tocca a te perché la madre ha fatto il cesareo, perché lei ti fa togliere la maglietta, apre la copertina del fagotto e te lo mette in braccio, dicendo “ecco, si fa così”.
E rimani lì con questa cosa minuscola e non ti muovi perché, in quel momento, è tutto lì, non c’è altro e dovresti mandare messaggi e foto, ma non puoi.
Poi torna la madre e finalmente le fai incontrare e finalmente vi mandano a dormire ed entrambe crollano addormentate, ma tu non ci riesci perché le cose erano andate veramente male e quindi passi la notte seduto accanto alla culla e la guardi perché hai paura ad addormentarti. E ogni tanto ti appisoli, ma subito ti svegli e controlli se respira.

Un anno dopo ancora ogni tanto controlli se respira, ma molto meno perché gira per tutto il letto e, ogni tanto, russa e invade il tuo spazio e sai che sta bene. È stato un anno che è durato una vita, anche per molte ragioni che non riguardano lei, ragioni che, in parte, tutti abbiamo condiviso. Un anno dopo sono ancora qui che non so bene cosa fare. So cambiare pannolini e cantare le ninne nanne, so preparare la borsa per l’asilo e le cene, ma ancora mi guardo intorno e chiedo “OK, sapientoni: ora che dovrei farci?”.
Ma abbiamo tutta la vita per scoprirlo. Buon compleanno, Lara.

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Un anno fa…

Un anno fa, poche ore prima, eravamo andati a fare un brunch, io e Gabriella, e, mentre mangiavamo omelette, bacon e bevevamo caffè, sono successe due cose: a me è saltata la corona di un molare mentre masticavo del pane e lei ha cominciato ad avvertire delle contrazioni.

Io dovevo andare a fare la spesa, dopo il brunch, ma a quel punto sono dovuto correre dal dentista in fretta e furia per vedere che si poteva fare e il dentista mi ha detto “niente, dai, ci vediamo lunedì per fare bene il lavoro” (un anno fa era venerdì, non sabato) e quindi sono tornato a casa e, a un certo punto, intorno alle cinque, Gabriella mi ha detto “se devi fare la spesa, vai ora perché qui mi sa che ci siamo”.

E quindi sono andato a fare la spesa e poi è cominciato un ottovolante che, un anno dopo, ancora regala abbondanti curve strette e cadute.

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And the big wheel keep on turning…

Nei mesi scorsi, parlando dell’ultimo anno con qualcuno, ho detto che è stato come entrare dentro un tunnel. Sei in macchina, stai guidando per andare da qualche parte, magari dalla tua fidanzata o a vedere degli amici o a un matrimonio. Non importa dove. Ma sei in macchina ed entri in un tunnel e, quando ne esci, il mondo è cambiato.

Ho viaggiato molto e, al massimo, quello che trovavo cambiato, quando sono uscito dai tunnel, è stato il paesaggio. Ma il mondo così come lo conoscevo stava ancora lì.

E invece non è stato così, l’anno scorso. Siamo entrati in un tunnel e, quando siamo usciti, c’era un mondo diverso. Fatto di serrande abbassate, di distanziamento, di trovarsi davanti a un ristorante o un bar e non sapere se si ha il coraggio di accomodarsi. Di spiegare agli amici che non te la senti di andare a cena da loro, perché ci sono delle regole, perché ci sono dei rischi, perché bisogna essere prudenti. Perché hai paura.

Nel mio caso, oltre a tutto quello che tutti hanno vissuto, ci si è aggiunta la morte di mio padre e la nascita di mia figlia. Sono uscito dal tunnel e ho trovato Vladimiro ed Estragone che mi hanno battuto la mano sulla spalla e mi hanno detto “ora sono cazzi tuoi”.

Ora siamo qui e riapriamo, ma il mondo non sembra più lo stesso. Vedo la gente seduta ai tavolini dei bar a bere e mi chiedo “perché sono lì? Perché sono così vicini? Non è tutto finito, perché non sono a casa?”.

Mi ritrovo a scrivere ad amici e proporre di venire qui a farmi visita e, mentre lo faccio, a chiedermi “ma qui dove? Non si può. Il male è ancora lì. Stiamo facendo finta che sia finita, ma è ancora lì”.

Una mia studentessa, oggi, mi ha detto “non me lo ricordo come vivevo prima e non so come vivrò da oggi in poi”. Io le ho detto “un giorno alla volta”. Lei mi ha risposto “ho sedici anni”. Avrei voluto abbracciarla, ma non si poteva.

Ogni tanto ripenso a quel tunnel e mi piacerebbe tornare indietro e controllare se non ho sbagliato uscita, ma so che non è così. Semplicemente, dall’altra parte, il mondo è cambiato e non ci si può fare niente, tranne bere e accettarlo.

Dovrò ordinare altro whisky su Amazon.

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Are you having fun?

Stavo guardando questo video qui: https://youtu.be/CgR7mQlus4k

Improvvisamente ho realizzato cosa mi ha colpito tanto. Non il pezzo, che mi piace molto e non ascoltavo da un po’. Non il trucco sulla faccia di Michael Stipe o i colori sul palco.

È stato la gente. Tutta quella gente pigiata insieme, a saltare, cantare e battere le mani. È stato il ricordarsi che ci sono stato anche io, in mezzo a gruppi così, in altri eventi, in altri concerti. Che ho saltato e cantato e pogato e preso sotto braccio sconosciuti. Che ho bevuto e passato sigarette e riso e, quasi sicuramente, sputato mentre strillavo strofe e ritornelli.

E quel ricordo lì, me lo sono sentito addosso, come se quella gente fosse lì, che mi schiaccia e spinge e stringe, a saltare e quest’ultimo anno fatto di angoscia e paura e quarantene e terrazzi e resoconti e dolore e pane e fiato soffocato e occhiali appannati e infinite discussioni non ci fosse mai stato e potessi cominciare a pensare al concerto dei Foo Fighters, invece che dover aspettare un altro anno, per l’ennesimo spostamento.

Per un attimo sono stato vicino a qualcuno senza avere paura dei rischi. E quanto mi manca.

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Sometimes people yell but they don’t know what they’re yelling about…

È successo che, a un certo punto, senza accorgermene, non ho più avuto voglia.
In questo nostro mondo dove condividiamo sui social qualsiasi cosa ci passi per la testa, ho smesso di farlo. Non voglio dire di avere un rapporto più sano della media, sia chiaro. Dico solo che, a un certo punto, ho smesso di parlare di cose importanti, per me. Ho smesso di condividere le tristezze, le paure, le angosce, i fatti personali. Ho cominciato solo a fare quello che mi viene bene e, quindi, a buttarla in vacca e a scrivere cose per ridere.

(tipo il clown che poi torna nel camerino e piange? Sì, tipo il clown che poi torna nel camerino e piange)

Ho anche smesso di discutere con le persone dei massimi sistemi, sui social. A parte rare eccezioni (che potremmo rinchiudere nella categoria “sono di pessimo umore. Hai scritto qualcosa che mi sembra indifendibile. Fuoco e fiamme. Sipario.”), non ho più voglia di infinite discussioni intorno a qualsiasi cosa: sul Coronavirus, sulla politica, sulle serie TV, sui film, sulla musica, se ci va o no l’ananas sulla pizza. In un mondo dove tutti sanno come stanno le cose, ho scelto di non mettermi a dire perché, invece stanno in un altro modo.

(non è un po’ da ignavo? Sì, è un po’ da ignavo)

Ho smesso di fare parte del rumore. Ho anche smesso, spesso, di ascoltare. Ho (ri)scoperto il piacere di parlare con persone che ho piacere di ascoltare, anche quando non la pensiamo allo stesso modo. Ho ritrovato quanto sia bello una conversazione con una o con poche persone, dove l’altro ti ascolta e non aspetta semplicemente il suo turno per dire la cosa più sagace o pungente o oltraggiosa.

Ho anche smesso di giudicare chi non lo fa. Semplicemente, abbiamo visioni diverse della vita e se a loro fa bene raccontare delle proprie unghie incarnite, chi sono io per dire che non va bene?
In fondo, aveva già detto tutto Bob Dylan, in questo meraviglioso video:

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We never got it off on that revolution stuff, what a drag…

Quando l’anno è cominciato ho pensato di fare altro. Ho pensato che meno serie TV era un buon modo per sfruttare il poco tempo libero che ho a disposizione.
Ho pensato che volevo imparare cose, esplorarne altre che non conoscevo e capire dove mi avrebbe portato.
Ho cominciato a guardare corsi online di tutto: cucina, scienza del sonno, trattative con gli ostaggi applicate al business (lo so, non ci credo neanche io, mentre scrivo). Sto imparando cose. Sto scoprendone altre che mi piacciono o che mi paiono anche solo interessanti.
Ho iniziato un podcast, una roba minuscola, di pochi minuti ogni tanto, in cui racconto fatti, mentre mi mangio le parole e biascico ed è tutto molto imbarazzante, ma mi piace farlo.

Non vado al cinema da un anno, come tanti. Non vedo gli amici da un anno, come troppi. Non vedo la fine di tutto questo, come tutti.
Ogni tanto penso a mio padre e mi chiedo cosa direbbe, ora. Penso che se n’è andato perché sì, forse per il COVID, forse no, ma che ha lasciato un vuoto enorme che nessuno può riempire e, ogni tanto, parlo e gesticolo e penso “oh mio dio, sono lui”.

La vita è complicata, dico sempre. La vita si è complicata ulteriormente il 22 Dicembre, ma non ci si può fare niente e con l’aiuto di chi amo e dell’alcol (che amo, quindi il cerchio si chiude) ho deciso di sterzare e di spostare la traiettoria per cercare di imbroccare almeno alcuni momenti di serenità e benestare. Il che passa per la cucina medio orientale o per la panificazione o chissà cos’altro, ma va bene, va bene tutto, fino a quando mi fa arrivare a fine giornata il più possibile tranquillo.

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But yesterdays in hindsight are meant to be for it’s tomorrow and the days we’ve yet to meet…

Il solito post di 12 canzoni che mi hanno tenuto compagnia in un anno un po’ così, un po’ complicato per le ovvie e note ragioni più alcune tutte personali e particolari che hanno a che fare con il crescere, la vita, la morte e quelle cose lì.

È stato pure l’anno in cui, dice Spotify, ho sentito tipo solo l’ultimo album di The White Buffalo e tutto Hamilton. Cosa che credo sia possibile, ma che mi pare un po’ limitativo, per quanto mi renda conto che mai quanto quest’anno, mi sia cristallizzato sempre sulle stesse cose, forse perché avevo bisogno di sicurezza e di rifugiarmi in qualcosa che conoscevo e amavo.

Per il resto davvero pochissime cose nuove e vabbè, prometto che cercherò di fare di meglio l’anno che viene (disse, mentre ascoltava Here we stand dei Fratellis che avrà ascoltato tipo seimila volte).

  1. No history – The White Buffalo
    Quando è uscito il nuovo album di The White Buffalo, Vinz mi ha mandato un messaggio dove si diceva deluso. Io, che avevo cordialmente odiato il precedente (Darkest Darks, Lightest Lights) ero preoccupatissimo e, invece, On the widow’s walk è godibile, nello stile di Jake e molto piacevole. No History parla del tempo che passa e, soprattutto, di andare avanti. Qualcosa che non sono molto bravo a fare, ma che dovrò imparare e, temo, nel più doloroso dei modi.
  2. Who lives, who dies, who tells your story – Hamilton
    Io di Hamilton mi sono innamorato un paio di anni fa, ascoltandolo molto. Poi mi era passata e allora il mondo ha messo in campo una pandemia, Disney+ lo ha messo nel suo catalogo e quella lì si è innamorata a sua volta e quindi lo abbiamo visto e ascoltato miliardi di volte. Spotify dice che questo è il pezzo che è passato più spesso e diciamo così, ma so che quello che, probabilmente, è più cantato è “Dear Theodosia“, che qui in casa è diventata una ninna nanna cantata ogni giorno, più volte al giorno.
  3. The days we’ve yet to meet – Flogging Molly
    Quando i Flogging Molly si mettono a fare canzoni di questo tipo, io, di solito, ci finisco sotto come un treno. Questa è stata scritta e cantata dal fratello del cantante, che entra solo nel ritornello, non so se per incapacità del fratello di arrivare a certe note o per ricordare che, comunque, il cantante è lui.
  4. The last shanty – Derina Harvey Band
    Avete presente quando c’è una canzone stupida che iniziate ad ascoltare e non mollate più, Dio solo sa perché? Ecco. Quest’anno, la mia è questa.
  5. Ipocondria (feat. Rancore) – Giancane
    Merito di Zerocalcare, che l’ha usata in apertura dei suoi video durante la pandemia. È uno di quei pezzi che ascolti per caso e poi adori e ascolti un sacco, nonostante il pezzo in cui ci infila Gundam mi dia fastidio ogni.singola.volta.
  6. Last stop: this town – EELS
    Eh. Questa specie di pezzone pop che serve a trascinarti dentro Electro-shock blues per poi lasciarti spiazzato, ma anche innamorato perso di quell’album.
  7. Not dark yet – Bob Dylan
    Ha fatto un nuovo album, Bob Dylan, e ha anche venduto il suo intero catalogo di canzoni per, pare 300-400 milioni. Ma io ho ascoltato molto questa nenia che ti porta verso il tramonto, verso il buio, verso la fine del giorno.
  8. Where have all the flowers gone – Marlene Dietrich
    OK. Non ho una spiegazione, per questa.
  9. Dead flowers – Townes Van Zandt
    Questa cover dei Rolling Stones sembra cantata da un uomo ubriaco e fattissimo e, incredibilmente, nel suo sovvertire lo stile rock originale, cambiandone significato (da una specie di derisione paternale a una preghiera) riesce a essere altrettanto bella.
  10. The call – Regina Spektor
    Io non ascolto Regina Spektor per mesi. Poi, ci sono giorni in cui esco di casa, metto le cuffie e penso, giuro, “ho bisogno di Regina Spektor” e la metto su. Ed è come andare mano nella mano per la città e ricordarsi un sacco di cose, non ultimo chi sono.
  11. Losing you – Randy Newman
    A Maggio è morto mio padre. “When you’re young and there’s time to forget the past you don’t think that you will but you do. But I know that I don’t have time enough and I’ll never get over losing you…“.
  12. I want love – Elton John
    Particolarmente per il video con un Robert Downy Jr. fresco di rehab che passeggia per la minuscola e modesta casa di Elton John.
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Ya know what I mean…

Alla esecuzione numero diecentoventottomilioni di “La gatta” l’improvvisa presa di coscienza: ma parlerà mica di droga?

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Winter Wonderland

Passeggi per il centro, per la prima volta da chissà quanto tempo, e pensi che, un anno fa, più o meno, hai avuto l’ultima conversazione “seria”, da adulti, con una persona per te importante che ora non c’è più.

È Natale e io no. È difficile provare lo spirito natalizio, quando fuori c’è il sole e praticamente zero decorazioni e la musica spagnola sparata dai finestrini delle auto.

Riempi casa tua di decorazioni e luci e poi esci e sei nel mezzo di Despacito.

È Natale e io no. Però in centro un po’ di sforzi li hanno fatti e ci sono babbi natali, alberi e neve finta. E mentre visiti un negozio, la proprietaria decide di levare quel pezzo di polka spagnola o cos’era e senti partire Mariah Carey e pensi che sia arrivato il momento, che sentirai a breve Last Christmas. Poi no, poi c’è Satchmo che canta Winter Wonderland e sei salvo.

Ma è Natale e io no.

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