Giorni a chiedersi tutto cos’ era, vedersi ogni sera…

Non lo so cosa mi diresti, se fossi qui. Non so se mi consoleresti o se troncheresti questo peso che ho sul petto con una delle tue verità secchissime.
Non lo so perché, ogni tanto, mi guardo intorno e mi accorgo di quanto mi manchi.
Non ci credo che c’è qualcosa, lì. Non credo neanche ci sia un lì.
Ma un po’ ci spero, perché qui hai lasciato un vuoto troppo grande.

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From this soil, my people came, in this soil remain…

Ieri, Tumblr ha annunciato che, a breve, cancellerà tutti i contenuti porno o vietati ai minori di 18 anni, causando una serie di reazioni tra il sorpreso e l’alterato. Il porno, su Tumblr, è una delle componenti più forti in assoluto, ci sono pagine dedicate solo a quello, con livelli di eleganza più o meno alti.

Questa cosa di Tumblr che leva i contenuti zozzi e la conseguente moria di pagine perché la gente se ne va, mi fa pensare che abbiamo passato buona parte delle nostre vite a trovare un posto dove stare bene e, una volta trovato, abbandonarlo, dopo un po’ di tempo, perché qualcuno, dall’alto, ce lo toglieva o ci rendeva spiacevole starci: Facebook (agli inizi), FriendFeed, Tumblr e chissà quanti altri che non conosco perché non li utilizzavo.
Siamo un po’ come gli Indiani d’America, con quella cosa che ti cacciavano dalla tua terra, ti sistemavi un po’ più in là, fino a quando non arrivavano a dirti che dovevi spostarti o stare in uno spazio più stretto o accettare delle condizioni inaccettabili, per restare.
(però senza quella cosa fastidiosa degli accampamenti bruciati, i figli uccisi e le donne violentate, certo)

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But, inside your head there’s a record that’s playing a song called “Hold on, hold on, you really got to hold on…”

Quelle strane giornate dove il tempo passa in fretta, poi si ferma, poi riprende a scorrere, poi si ferma di  nuovo e tu, improvvisamente, non sai che ora sono, che giorno è, che persona sei.

Parli con colleghi. Parli con amici. Pensi a cose. Pensi ai progetti che stanno lì, a un passo da te, se solo allungassi la gamba per raggiungerli.
Pensi a cose che hai fatto e che ti mancano, anche se sai che non sono più parte di te.
Pensi a posti in cui sei stato e dove, quando torni, sei il fantasma che li infesta, con le sue nostalgie e le sue memorie.
Pensi a persone con cui non parli e che un po’ ti mancano, ma c’è quella cosa dello stupido orgoglio che ti impedisce di dire “e vabbè, dai, chi se ne frega”.
Pensi a musica che vuoi ascoltare e a film che vuoi vedere.
Pensi al tuo lavoro, ché quello non manca mai, nella tua mente, e a come ti sia semper più difficile non dire al tuo capo “non me ne frega un cazzo” almeno il 95% del tuo tempo.

Metti su una canzone. Infili un auricolare. Ascolti. Respiri. Riprendi a lavorare.

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You did not desert me, my brothers in arms…

Chi l’ha scritta quella cosa che gli amici sono la famiglia che ci siamo scelti?
Quando è diventata vera?

Non lo so. So che lo è stato, a un certo punto. Che voglio bene a persone che ho conosciuto relativamente tardi come se fossero fratelli, sorelle, madri e padri.

Che me ne vogliono in egual misura, forse, in alcuni casi, anche di più.

Che lo capisci, quando ti rivedi dopo un tempo più o meno lungo e ti abbracci e quell’abbraccio non finisce più e quando tu stai allargando le braccia, senti che l’altra persona ancora ti stringe.

E allora stringi ancora anche tu, ché gli amici sono la famiglia che ci siamo scelti.

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Oh If I’d only seen that the joke was on me…

Poi, a risollevarti un lunedì piovoso, ti ricordi che Regina Spektor ha pubblicato un nuovo singolo e quindi lo metti su, tutto contento.
E scopri che dura 1.42 minuti.
Un. minuto. e. quarantadue.
Non sono sicuro, ma credo che, a 1.43, si senta lei che dice “e fattelo bastare”.

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So would you play that crazy little song again for me?

Ho cominciato a lavorare in questo ufficio a Luglio 2017.
Tra le varie regole che ci sono, una prevede il non poter usare cuffie. Siamo in un open space, è richiesto che parliamo tra di noi e poi c’è il telefono e quant’altro.
Questo comporta che una collega, ogni giorno, mette su la musica dal suo computer. La collega, da Luglio 2017, mette su sempre la stessa radio. La radio, da Luglio 2017, passa ogni giorno le stesse canzoni.
Fatevi voi i calcoli di quanto posso averne le scatole piene di sentire le seguenti canzoni:

  1. Pride (In the name of love);
  2. Boys don’t cry;
  3. Karma Chamaleon;
  4. I will always love you;
  5. Un oscuro pezzo di Mariah Carey che non so cosa sia, perché, quando parte, mi compare Satana.

A questo sommate altri pezzi che ormai mi mettono in una posizione a metà tra il voler abbandonare la vita da drugo e l’abiurare la stregoneria.

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Era bello il cielo d’inverno, come i tuoi denti…

Ieri ho comprato i primi regali di Natale. Sono stato lì a pensare a cosa prendere a chi. Ho pensato, ho cercato soluzioni, ho fatto ordini.

Ieri ho ricevuto parziali buone notizie. Non sono ancora buone notizie complete, ma è un piccolo inizio.

Ieri ho cenato con la mia famiglia ed è stato bello. Ci sono state risate. Ci sono stati momenti di discussione. C’è stata questa sensazione, per me, che fosse tutto come dovesse essere e non mi succede spesso.

Ieri ho detto, a uno che mi invitava a stare tranquillo, “preferisco non starci tranquillo e ricevere delle sorprese, che stare tranquillo e restarci male” e so che è sbagliato, ma è così e non posso farci molto.

Ieri è morto Stan Lee ed è inutile stare a spiegarvi che importanza ha avuto Stan Lee, nella mia vita, se mi conoscete un poco. Se non mi conoscete un poco, non importa che lo sappiate perché, anche se non ve ne rendete conto, forse, è stato importante anche per voi.

Ieri ho pensato alla scrittura e alla musica e alla magia e alla vita artistica di quelli che ce l’hanno fatta, a portare avanti la propria creatività in una direzione che gli ha permesso di viverci, che sia nelle ville o anche solo nei lavoretti vari, pagati il giusto.

Ieri ho fatto un sacco di cose, alla fine, anche se non me ne sono accorto fino a quando non ho cominciato a scrivere questo post. E, forse, il problema è questo: il non renderci conto che facciamo un sacco di cose e che ci succedono un sacco di cose e che parliamo e vediamo persone e che potremmo goderne di più, se non fossimo troppo schiacciati da altro. Ma, forse, questo “altro” dovremmo ignorarlo o imparare a dargli l’importanza che merita e che non deve essere necessariamente moltissima.

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