Cose varie (2017 finora) /1

feud

Da appassionato di vecchio cinema (e da amante di Che fine ha fatto Baby Jane?), conoscevo il dietro le quinte dell’odio tra Bette Davis e Joan Crawford. Quando è stata annunciato Feud ero curiosissimo e trepidante. Quando hanno annunciato Susan Sarandon e Jessica Lange, nei ruoli delle protagoniste, ero ancora più trepidante. Ryan Murphy, alla scrittura, aveva avuto modo di intervistare a lungo la Davis e sa di cosa parla, quando racconta tutta la storia delle due attrici e della pellicola che le vide insieme. Però, quello che non mi aspettavo, è che Feud diventasse una narrazione magnifica del ruolo della donna nel cinema (e non solo) di quegli anni e una tristissima riflessione sul tempo che passa e sull’abbandono. Se non la state seguendo, recuperatela, la prima stagione dura otto puntate ed è bellissima (la seconda, pare, sarà incentrata sul rapporto tra Carlo e Diana, che mi interessa meno, ma, ammetto, a questo punto sono curioso).

witcher

Ho iniziato a leggere la saga di Geralt di Rivia, pur non avendo, ancora, giocato a nessuno dei videogiochi tratti dai libri, perché ero curioso di leggere un fantasy scritto da polacchi e così famoso nel mondo. Per vedere come, da quelle parti, interpretano l’idea di fantasy, se più verso lo stile inglese o quello americano o, Dio ce ne scampi e ce ne liberi, verso quello giapponese.
La sorpresa è stata trovare delle storie scritte, veramente, con uno carattere squisitamente europeo e, mi spingo a dire, che sono più dalle parti dei fratelli Grimm che da quelle di Tolkien. Questo sia perché c’è cattiveria, c’è sangue e, spesso, c’è una patina di amarezza e di finali poco consolatori e sia perché Sapkowski si diverte un mondo a prendere favole classiche e a rileggerle in maniera più cruda di come le conosciamo (particolarmente divertente La bella e la bestia, tra quelle che ricordo). I primi due libri sono racconti brevi, spesso molto divertenti. Poi c’è una saga di quattro libri, sui quali sospendo il giudizio, essendo a poco meno di metà del primo (e, lo ammetto, per il momento non essendo molto colpito, come se Sapkowski avesse difficoltà a gestire una cosa di più ampio respiro).

LP

Da buon ultimo sono finito a sentire l’album di LPLost on you, e, molto banalmente, ad amarlo molto. Lei ha una voce pazzesca e, sullo schermo, anche un incredibile carisma, pur non rientrando nei canoni di bellezza classica. Se non l’avete ascoltata, fatelo, non ve ne pentirete.

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Monday is allright for the last jedi

Lo so che lo sapete, ma è uscito il teaser di Episodio VIII. Ci vediamo qui sotto.

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Not all those who wander are lost

Schermata 2017-04-17 alle 19.05.05Una delle cose che mi piace dello scrivere è quanto mi faccia influenzare dalle cose che mi succedono intorno.
Avete presente quello che succede in “Shakespeare in love”? Quella roba pretestuosa per la quale William Shakespeare scriva il Romeo e Giulietta basandosi sugli accadimenti della sua vita (lo dico a scanso di equivoci: il film è uno di quelli che guardo con piacere, perché sono convinto del mio buon gusto, ma sono anche un po’ una puttana dei sentimenti, quando si tratta di film)?
Ecco, mi succede più o meno lo stesso.
Anni fa, una mia cara amica mi ha regalato un cartello che adoro e che avevo appeso nella vecchia casa, sopra la lavagna di sughero dove stavo organizzando il nuovo libro. Diceva “Attenzione o finirai nel mio romanzo”. Mi faceva ridere perché era vera, perché ho amici e conoscenti che sono finiti nelle cose che scrivo. Per dialoghi, per situazioni, per aneddoti. Ogni tanto, quando mi hanno raccontato qualcosa o qualcosa ci è accaduto, ho detto “questo finisce nel prossimo libro”. A volte è successo, a volte no. A volte ho inserito direttamente, senza annunciare prima. A volte li ho poi avvisati, di averlo fatto, a volte no.
Mi piace, quando la mia vita mi porta in in dono momenti così. Perché sono quelli inaspettati, quelli che non sapevi ti sarebbero stati donati e, quando ti accorgi di cosa sta succedendo, è un misto tra meraviglia, sorpresa e divertimento. Quel momento in cui pensi “OK, sei dentro”, tra te e te, mentre pensi dove inserirlo, come, quanto spazio dare alla cosa.
Quindi, ragazzina che facevi la funambola con il fuoco, in mezzo alla strada, sappi che sei dentro. E grazie.

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Le stagioni e i sorrisi son danari che van spesi con dovuta proprietà…

C’è stato un momento – nella lunga strada che sono stati gli ultimi sei anni – in cui ho tagliato corto con un sacco di cose. Non voglio dire che, prima, fossi una drama queen, ma sì, prima ero una drama queen. Di quella della peggior specie, tra l’altro. Di quella che crede che quasi la maggior parte dei successi debbano passare tramite la sofferenza e il torturarsi e il chiedersi perché, o perché proprio a me?
Poi è successo che ho subito un trauma brutto davvero, in cui non c’era bisogno di fare la drama queen per chiedersi “perché proprio a me?” e l’effetto immediato è stato che, di colpo, tutti gli orpelli e la necessità di sentirsi speciale tramite la sofferenza sono caduti a terra come pezzi di armatura che non servono più.
Il che non significa che non soffra come tutti, ma che, infine, è arrivato quel momento in cui ho cominciato a fare una netta (pure troppo, a volte, lo ammetto) distinzione tra cosa meritava che io  stessi male e cosa, invece, poteva essere un leggero fastidio da superare con una scrollata di spalle. È arrivato quel momento in cui ho deciso che c’erano cose per cui non valeva la pena di soffrire e che, anzi, nel momento in cui cominciavano a esigere un tributo di sangue che non ritenevo necessario, era il momento di lasciarle andare, anziché attaccarcisi testardamente.
Non voglio dire che sia sempre giusto, ma non riesco a negare che sia, spesso, stata la decisione giusta. Perché ci sono cose che dovrebbero non dico essere facili, ma che dovrebbero portarti più benefici che problemi e che, quando non è così, forse non vale la pena di caricarsi sulle spalle.
Mentre rileggo queste righe mi rendo conto che può suonare molto duro e che il me stesso di molti anni fa non avrebbe concordato, anzi, che avrebbe detto che, invece, bisognava lottare e dare possibilità.
La verità è che no, non si deve fare niente del genere. Lo si fa se si sente che ne valga la pena. Quando non è così, si tira avanti. Senza drammi, senza odio, senza sofferenze, ma limitandosi a capire che, a volte, una rottura, di qualsiasi tipo si tratta, non è un fallimento, ma semplicemente accettare che non era destino.

Tutto questo discorso pieno di auto consapevolezza e di sapienza ha sempre avuto un solo scoglio, che è quello delle amicizie. Per dirla chiara e facile: sono un mio grosso nodo e lo sono sempre stato. Fin da bambino ho sempre creduto molto nei rapporti di amicizia, particolarmente quando diventavano qualcosa di profondo. Mi spingo a dire che un’amicizia che finisce – particolarmente quelle che si sfaldano in modo traumatico o senza senso – per me sono sempre state dolorose al pari delle relazioni amorose che si chiudono (magari non ugualmente, ma poco ci manca). La mia acquisita filosofia del “let it go”, vacilla sempre, sempre, quando c’è di mezzo un’amicizia. E sono sicuro che un bravo strizzacervelli saprebbe dirmi perché, indicarmi quel momento, quell’occasione, quella persona specifica, che hanno influenzato così tanto sul mio modo di pensare da vedere negli amici questi pezzi di famiglia da cui mi è difficile staccarmi. Non avendone uno e non avendo né tempo, né voglia di ripercorrere la mia vita per cercare il nodo – anche perché, banalmente, credo di sapere bene quale sia – l’unica cosa è accettare il fatto che è così e non ci posso fare niente.
Potrei – e dovrei, aggiungo, – essere capace di intuire quando i rapporti non sono ricambiati. Quando le energie che ci investo non sono le medesime, dall’altra parte. Quando le cose che vedo io, non trovano riscontro nella visione altrui. Potrei dire che ci sto lavorando, ma la verità è che, ogni volta che sbatto il muso contro un rapporto che si deteriora, faccio clamorosi passi indietro e mi ritrovo a macerarmi per giorni.
Quindi, l’unica cosa che posso fare, è compiere quel passo finale, quello di andare dall’altra persona e dire “che succede?” e, dopo di che, accettare quello che ne viene e capire che, anche qui, il lasciare andare non è un fallimento, ma, semplicemente, l’accettare che non era destino.

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Cosa stai scrivendo? /5

Dietro la cassa c’è una ragazza giovane, di non più di vent’anni. Mastica la gomma a bocca aperta, con una perseveranza e un desiderio di mostrarla mentre la mastica che mi fa quasi paura. Nel frattempo sta curando le sue unghie, controllandole una alla volta, con un’attenzione che paragonerei a quella di un artificiere che deve detonare una bomba. Non saprei da dove mi viene l’idea, mai visto un artificiere o una bomba, io.
– Buonasera – esordisco.
– ‘sera – dice, mentre mastica ancora con una certa veemenza.
– Un caffè da portare via, per favore.
– Non lo facciamo.
– Non fate il caffè?
– Non lo facciamo da portare via.
– Ah. E come mai?
Mi guarda, senza rispondere, ma continua a masticare. Mi sembra di poter contare gli anni della gomma nella impronte dei denti lasciate a ogni colpo da ruminante.
– Voglio dire, siete su una strada, verrebbe da pensare che…
Mastica.
– …che i vostri clienti…
Mastica.
– …potrebbero avere bisogno…
Mastica.
– Se ne prendo uno e lo porto fuori, posso? Poi le riporto la tazzina, non parto portandomela via, promesso.
Sospira e va al bancone del bar, dove prende una tazza e mi guarda.
– Ma lo vuole caldo?
– Fate il caffè freddo?
– No.
– Shakerato?
– No.
– Con il gelato?
– No.
– Allora caldo andrà benissimo, grazie.
Mi fissa e riprende a masticare, come se si stesse chiedendo, a ragione, se la sto prendendo in giro.
– Non ho preferenze per la temperatura. Lascio fare alla sua esperienza.
Sospira di nuovo. Mastica. Fa il caffè e mi mette davanti la tazzina.
– Macchiato? – chiede.
– No, ancora no, magari se non faccio attenzione…
Niente. Non ride. Mastica.

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Cose che mi commuovono sempre un po’… /3

Un video di sette minuti che spiega le regole dell’animazione di “Chi ha incastrato Roger Rabbit?” e il concetto di “bump the lamp”.

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Ho detto che sono un dio, non Dio. Almeno credo.

Come molti di voi sapranno, campeggiatori, camperisti e campanari, oggi è il giorno della Marmotta e quindi in piedi.
Oggi, Punxsutawney Phil, il più grande metereologo del mondo, uscirà dalla sua tana e farà la sua previsione: se vedrà un’ombra saranno altre sei settimane di inverno, in caso contrario, avremo una primavera anticipata.
Cosa possiamo fare, mentre aspettiamo il verdetto di Phil? Possiamo pensare a curare le nostre labbra screpolate, baciare la nostra padrona di casa, salutare i vecchi compagni di scuola che vendono assicurazioni, mangiare come animali perché non vi preoccupa il colesterolo, perché siete un dio o perché la vita è troppo breve, per preoccuparsi dell’infarto (a meno che la vostra vita non sia un eterno e ripetuto 2 Febbraio).
Io, quest’anno, ho seriamente bisogno di primavera e faccio tifo perché Phil non veda un’ombra. Ripasserò Ricomincio da capo, mentre aspetto.
Forza, Phil, non mi deludere.

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