And he’s quick with a joke or to light up your smoke…

– Ti siedi sempre sullo stesso sgabello?

– Circa, sì.

– Ma vieni qui da tanto?

– Un po’ di anni, ormai. Tu ancora non c’eri e, quando non ci sarai più, io sarò ancora qui.

– Forse non è una bella cosa, no? Una di cui vantarsi, dico.

– No, mi sa di no.

– …

– …

– Un altro?

– Un altro.

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Every day’s been darkness since you been gone…

Per me, il momento in cui torna l’ora legale, è sempre un momento problematico. Vivo male il buio presto e trovarmi all’aperto quando il sole sta calando e sono le cinque mi mette sempre addosso una certa malinconia.

Il modo in cui questa malinconia si manifesta, di solito, è quel senso di perdita, di smarrimento, di nostalgia, che ti fa guardare il cielo e desiderare fortissimo che qualcuno ti abbracci.

Poi, a volte, si manifesta in altri modi e sono segnali di una forte tristezza e, anche, di crisi. Per esempio, ieri ero in macchina e ho messo su Enya.

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Bala!

Quando mi immaginavo nel ruolo di padre, un tempo, pensavo spesso ai film con cui sono cresciuto. Mi immaginavo sul divano, con mio figlio, a guardare Goonies e Mary Poppins. Sarebbe stato il momento condivisione, ma anche di passaggio di consegne. “Questi film hanno significato tanto, per me, spero che sarà lo stesso per te e per i tuoi figli”.

Ora sono dieci minuti che guardo ad anello il video di Uptown funk, con mia figlia che mi esorta a rimetterlo su, appena finisce, con un imperativo “bala!”, e vorrei parlare con il me stesso del passato e dirgli “non hai capito niente, amico mio”.

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Hot for the teacher

Oggi, una mia studentessa, al momento di andare via ha detto “Fuori è buio. Non mi piace. Rende meno bello la fine delle lezioni”.
Sono ancora indeciso se è una frase molto poetica o offensiva.

(nel dubbio le ho dato il doppio dei compiti, così impara)

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The Pieraccioni paradox

Anni fa, era molti anni fa, così molti anni fa che non ci penso neanche per sbaglio a contarlo, ché sto avendo giornate abbastanza difficili già da solo. Anni fa, dicevo, ero un giovane che si appassionava alle cose. Non è che adesso non mi appassiono, per dire, è che adesso ho sonno. O fame.

Comunque, una delle mie passioni, era il cinema. Molto banalmente, guardavo qualsiasi cosa. Senza continuità di sorta e senza filtro. Film americani, slasher, action, drammoni inglesi, cinema iraniano, tedesco, toh guarda fanno una proiezione doppia Scola-Raimi, andiamoci.

(in merito a questo, quanto erano belli, i videonoleggi? Non c’è servizio di streaming che tenga, che possa replicare quella meraviglia lì)

Si diceva che molti anni fa, guardavo tutto quello che era cinema e leggevo tutto quello che era cinema. Interviste comprese.
Un giorno lessi un’intervista a Leonardo Pieraccioni. Io non ho un’opinione precisa, su Pieraccioni, sinceramente. Ci sono un paio di scene de I laureati che mi hanno fatto ridere. C’è Il ciclone, che per me rimane un bel film. Tutto ciò che è venuto dopo l’ho abbastanza evitato perché ho capito che era entrato nel tunnel del ripetere sempre sé stesso.
L’intervista in questione era per il suo film Il pesce innamorato e lui raccontava del suo rapporto con il successo e la sua difficoltà con il seguente fenomeno, diceva (più o meno, non è che ricordo parola per parola) “diventi famoso e improvvisamente ti chiedono un parere su qualsiasi cosa, dalla política al perché i ragazzi preferiscono i boxer alle mutande. E tu mica ce le hai, quelle risposte”.

Molti anni dopo (di nuovo, non intendo contare quanti), un giorno leggevo l’account Twitter di Zerocalcare (lo percepite pure voi, il viaggio del tempo cominciato con i videonoleggi e finito con i social network? Vi sentite vecchi? Eh). Lui pubblicizzava l’uscita di Kobane calling su L’internazionale, la sua storia legata alla situazione curda, di cui lui è un sostenitore da tempi immemori. Nei commenti, una ragazza lo invitò a parlare della situazione palestinese e Zerocalcare diede l’unica risposta sensata (di nuovo, vado a braccio): “non ne so niente e non è che uno si può improvvisare esperto su argomenti così delicati”.

Ecco. Lo sa Zerocalcare. Lo capisce pure Pieraccioni. Barbero, dio bono, cos’hai contro la vita tranquilla?

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And I won’t forget to put roses on your grave…

Quei giorni in cui quello che vuoi dire esce facile facile. E quelli, invece, dove le parole rotolano faticosamente fuori dalla tua bocca, dalle tue dita, e ti ritrovi a lottare per riuscire a capire tu per primo come vorresti esprimere quello che hai dentro.
L’autunno che arriva, gentile, ma deciso, inarrestabile e il tuo supermercato che, a Ottobre, vende pandoro e panettone e manco vivi in Italia, vivi nella maledetta Spagna.
Il passato che torna a bussare per dirti “ricordi quando…?” e farti sentire la mancanza di persone lontane, così forte che hai lo stomaco attorcigliato e un peso sul petto.

Tu che vorresti stenderti da una parte, in silenzio, magari bere un bicchiere di whisky, magari fumare una sigaretta, e invece corri. Corri da un punto all’altro, da una responsabilità all’altra, da un compito all’altro. Se ti fermassi e respirassi, cadresti a pezzi?

La gatta che ti si struscia addosso, come a dire che non importa quanto sono cambiate le cose, quanto tu sia distante con la testa e il corpo, per lei sei sempre il suo divano preferito, soprattutto ora che è arrivato il fresco e le tue gambe sono meglio di niente.

La carezzi, respiri a fondo, chiudi gli occhi. Alcune cose, per ora, per fortuna, sono ancora le stesse.

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Quanto tempo.

È un periodo che sapete tipo quando non avete notizie di qualcuno per un sacco di tempo e allora lo incontrate o, ancora meglio, gli scrivete un messaggio tipo “ehi, che fine hai fatto? Sei sparito?”, avete presente?

Ecco, è un periodo in cui quel messaggio lì vorrei mandarlo a me stesso.

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Quella parte lì.

Scriveva Luca Sofri, nella newsletter de Il Post, su un articolo di non ricordo dove in cui si parlava di canzoni che piacciono più per un pezzo specifico che per la canzone nella sua interezza.

E stavo giusto ascoltando Suffragette City di David Bowie e c’è quel momento, sul finale, in cui la canzone sembra fermarsi e, dopo un istante, Bowie urla:

Ohhh, wham bam thank you ma’am!

E riparte tutto il carrozzone per pochi ultimi secondi e io, io in quel momento lì, quello del silenzio prima che Bowie urli, sto tutto teso e penso “dai David, portaci in fondo” e Bowie allora urla e ci porta in fondo. Tutte le volte.

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Un anno fa /2

Un anno fa, dopo più di 30 ore, le cose non andavano benissimo. Eravamo ancora in ospedale, c’erano ancora contrazioni, ma mancava quella cosa chiamata “dilatazione” che ti porta, come Ross in Friends, a dichiarare che persino tu sei dilatato, come può lei no?
Poi è arrivata quell’altra fase, quella della epidurale che, di norma, significa che siamo arrivati in fondo e tra poco è tutto finito.
Poi è arrivata quella fase lì, quella che non ci aspettavamo, fatta di sangue e di spavento e di trasferimento in sala operatoria d’emergenza e, soprattutto, del dottore che ferma la barella e ti dice “dalle un bacio adesso” e tu, ovviamente, pensi tutto il male possibile di quello che accadrà, da quel momento in avanti.
Poi è arrivata un’altra fase ancora, una dove ti fanno sedere in una sala d’attesa, la stessa che hai visto più di 50 ore prima, con una signora con figlia che parlano rumorosamente e tu che cerchi di sentire i rumori che vengono oltre la porta per capire cosa succede e ti innervosisci perché non dormi da più di 50 ore e la signora e la figlia sono rumorosissime ed effettivamente non è colpa loro, ché nessuno gli ha spiegato la situazione e ha chiesto loro di smetterla di essere rumorosissime, quindi, a un certo punto, con la massima calma e gentilezza chiedi loro di stare zitte un minuto, perché ti è parso di sentire qualcosa e, quando lei ti ha chiesto perché, hai risposto “perché sto cercando di capire se sto per avere una figlia o no”.
Poi, infine, è arrivato quel momento, quello in cui ti hanno chiamato dentro, ti hanno detto che la piccola sta bene, che tutti i test sono positivi, che la madre sta bene e che ora la sveglieranno e tu ti guardi in giro e continui a chiedere “quindi tutto bene?” anche se ti hanno già risposto, ma tu non sai davvero cosa fare o dire e poi il dottore, un po’ perplesso, ti chiede “non la vuoi tenere in braccio?”.
E solo in quel momento fai caso a quel fagotto bianco, da cui esce una testa avvolta da una cuffietta anch’essa bianca, e un faccino scuro e ingrugnito e mormori un “posso?”.
E te la mettono in braccia e pensi che non pesa niente e che non sai cosa fare, ora. Che sei tipo Wyle E. Coyote che acchiappa il Beep Beep e poi mostra il cartello che dice “OK, sapientoni: ora che dovrei farci?”.

Poi ti spostano in una stanza e ti lasciano lì, da solo, finché non arriva un’infermiera con il fagotto e ti dice “Ti mostro come si fa il pelle contro pelle” e tu non le stai a spiegare che lo sai, che hai fatto i corsi anche se c’era la quarantena e che sei conscio che tocca a te perché la madre ha fatto il cesareo, perché lei ti fa togliere la maglietta, apre la copertina del fagotto e te lo mette in braccio, dicendo “ecco, si fa così”.
E rimani lì con questa cosa minuscola e non ti muovi perché, in quel momento, è tutto lì, non c’è altro e dovresti mandare messaggi e foto, ma non puoi.
Poi torna la madre e finalmente le fai incontrare e finalmente vi mandano a dormire ed entrambe crollano addormentate, ma tu non ci riesci perché le cose erano andate veramente male e quindi passi la notte seduto accanto alla culla e la guardi perché hai paura ad addormentarti. E ogni tanto ti appisoli, ma subito ti svegli e controlli se respira.

Un anno dopo ancora ogni tanto controlli se respira, ma molto meno perché gira per tutto il letto e, ogni tanto, russa e invade il tuo spazio e sai che sta bene. È stato un anno che è durato una vita, anche per molte ragioni che non riguardano lei, ragioni che, in parte, tutti abbiamo condiviso. Un anno dopo sono ancora qui che non so bene cosa fare. So cambiare pannolini e cantare le ninne nanne, so preparare la borsa per l’asilo e le cene, ma ancora mi guardo intorno e chiedo “OK, sapientoni: ora che dovrei farci?”.
Ma abbiamo tutta la vita per scoprirlo. Buon compleanno, Lara.

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Un anno fa…

Un anno fa, poche ore prima, eravamo andati a fare un brunch, io e Gabriella, e, mentre mangiavamo omelette, bacon e bevevamo caffè, sono successe due cose: a me è saltata la corona di un molare mentre masticavo del pane e lei ha cominciato ad avvertire delle contrazioni.

Io dovevo andare a fare la spesa, dopo il brunch, ma a quel punto sono dovuto correre dal dentista in fretta e furia per vedere che si poteva fare e il dentista mi ha detto “niente, dai, ci vediamo lunedì per fare bene il lavoro” (un anno fa era venerdì, non sabato) e quindi sono tornato a casa e, a un certo punto, intorno alle cinque, Gabriella mi ha detto “se devi fare la spesa, vai ora perché qui mi sa che ci siamo”.

E quindi sono andato a fare la spesa e poi è cominciato un ottovolante che, un anno dopo, ancora regala abbondanti curve strette e cadute.

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