So don’t let me, don’t let me, don’t let me down, I think I’m losing my mind now…

Dice “Quanto sei stanco?”.
Tipo che ho appena guardato un video di LP che canta live una canzone e mi sono ritrovato a pensare che avrei voluto abbracciarla.

(subito dopo ho anche immaginato lei che mi caccia a pedate, chiamando la sicurezza, ma sono dettagli)

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Drugs are better with friends are better with drugs are better with friends are better with drug

Dice “Quanto sei stanco?”.
Del tipo che ho appena chiamato un meccanico nella mia città d’origine e mi sono commosso a sentire l’accento.

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Di Guerre Stellari, di amarezza e di altre sciocchezze…

Non so se avete presente Il ritorno dello Jedi (se non ce lo avete presente, non ho ben chiaro cosa ci facciate qui, ma sorvoliamo). All’inizio del film, Luke Skywalker arriva al palazzo di Jabba The Hutt per parlare al gangster e discutere del rilascio di Han Solo.
Ad accoglierlo (a parte un paio di guardie gamorreane che crollano tempo zero), c’è il fedele servitore e maggiordomo Twi’lek, Bib Fortuna.

(interludio: il nome di Bib Fortuna non viene mai citato, nel film. Come, del resto, neanche il nome Ewoks. Guerre Stellari ha una robustissima enciclopedia di nomi e storie che vive fuori dalle – allora 3 ora quasi nove (quasi undici, se contiamo i due spin off di Rogue One e Solo) – pellicole legate alla saga)

Facciamo un salto avanti, rispetto all’anno di uscita del film: nel 1996, la Bantham Books (che deteneva i diritti per i libri basati sull’universo di Guerre Stellari e che ha posto le basi di quello che divenne famoso nel fandom come Expanded Universe, cioè tutte quelle storie che non erano dentro al film, ma che arrichivano il background della saga) (siete ancora svegli?) pubblica un libro intitolato Tales from Jabbas Palace e che, in pratica, racconta la storia di praticamente tutti i personaggi (alieni e non, ma soprattutto alieni) che compaiono ne Il ritorno dello Jedi, durante la scena al palazzo di Jabba (il libro esce dopo che, nel 1995, la Bantham aveva pubblicato Tales from Mos Eisley Cantina che aveva la stessa impostazione di racconti brevi, ma si basava sui personaggi che Luke e Ben Kenobi incontrano nella Cantina di Mos Eisley, quando cercano un modo per fuggire da Tatooine) (spero che non abbiate preso impegni, per cena, perché vado avanti ancora un po’).

Tra le storie di Tales from Jabba’s Palace, c’è appunto quella di Bib Fortuna (che, lo dico subito, non è un personaggio che mi è mai piaciuto molto, ma ha l’indubbio merito di avere ispirato il nickname di uno dei miei più cari amici, ai tempi dei forum). La sua storia, in breve, è che ha un debito molto grosso con Jabba e, siccome non è in grado di ripagarlo, fa di tutto per farlo eliminare.
Ogni suo tentativo fallisce miseramente e, a ogni fallimento, cresce il suo debito con l’Hutt, rendedolo sempre più schiavo. Questi fatti vengono narrati nel racconto breve intitolato Of the Day’s Annoyances: Bib Fortuna’s Tale. A ogni giornata che si chiude andando male, Bib Fortuna scrive il riassunto nel suo diario iniziando con la stessa frase “Of the day’s annoyances these” e poi narra la sua miseria.

(con l’acquisizione dei diritti da parte della Disney, l’intero Expanded Universe viene raso al suolo e classificato come Legends, questo perché la casa di Topolino voleva avere la possibilità di farci i suoi, di soldi, su un ipotetico universo espanso)

(del resto, se ci pensate – e so che non ci volete pensare, ma ormai siete arrivati fino a qui e vi tocca – lo stesso Lucas dichiarò, in merito a quanto tenesse conto del EU durante la stesura dei copioni della Nuova Trilogia – Episodio dal 1 al 3, per i meno avvezzi – che per lui era canone solo quello che era successo sullo schermo del cinema e che si riteneva libero di ignorare tutto il resto. Che è giustissimo, perché era una sua creatura e ci poteva fare quello che voleva, però intanto almeno le mattonelle del bagno con i soldi che ho speso in videogame e libri te le sei pagate, George, quindi, ecco, insomma…)

Tutto questo preambolo perché, chiederete, o esasperati lettori?
Per nessuna ragione al mondo, salvo che la mia vita, nelle ultime settimane, segue la stessa procedura di Bib Fortuna. Non sto cercando di ammazzare Jabba, ma, giornalmente, mi guardo in giro e penso “Of the day’s annoyances these”.
Poteva andare peggio, credo.
Potevo finire strangolato da Darth Vader.

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I’ve heard all your sad songs I can hear, it’s another day older in these exiled years…

Cose di cui avrei bisogno, ora:

  1. Un concerto dei Flogging Molly, per cantare a squarciagola;
  2. Una serata a fare magia con i babbani, ché – a parte rare eccezioni – i babbani sono divertentissimi, quando gli fai i trucchi di magia;
  3. Una passeggiata, senza meta, andando, per fermarmi in un bar, sedermi a un tavolo fuori e guardare la gente che passa;
  4. Cucinare qualcosa, ma – ahimè – sono sprovvisto di forno e, quindi, niente;
  5. Dormire. Ma davvero. Non quella cosa che mi sveglio ogni ora e poi mi rigiro e poi comincio a pensare alle cose e poi mi addormento e dopo un’ora si ricomincia da capo.

(abbracci, anche. Abbracci sempre).

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Maybe I’ll get better, maybe I’ll be different, this year…

Ho pagine di cose che ho stampate “così poi le leggo” e non le leggo.
Ho mail pronte non mandate.
Documenti da firmare che non firmo.
Multe da pagare che non pago.

Sono di nuovo in quella fase in cui mi guardo in giro e mi chiedo “come è successo?”.
Non so se sono depresso. Non ho gli strumenti per deciderlo e non ho il tempo, né i soldi per pagare uno specialista che me lo dica.

E, se anche li avessi e un dottore me lo confermasse, non prenderei medicine, perché sono fatto così. Sono fatto male.

Ho ribaltato il tavolo ancora una volta, con tutto quello che c’era sopra. Solo che, stavolta, come se fossimo in un capitolo scadente di Matrix (quindi, basilarmente, un qualsiasi capitolo di Matrix, escluso il primo), è cominciato il rallenty, il tavolo sta ancora piroettando, le cose sono ancora per aria. Potrei, volendo, invertire tutto e rimettere tutto com’era.
Volendo.
Lo voglio?
Non lo so.

Sto perdendo il mio ultimo dente da latte. A quaranta e passa anni. È ancora lì, aggrappato, che duole, che balla, ma non cade.
Rimango aggrappato come lui. Ai ricordi, alle persone e ai posti del mio passato. A ciò che mi manca e che non riesco a sostituire.

Riempio i momenti di tristezza con i pensieri delle cose belle che ho. Il muso della gatta, spinto con forza contro le due dita, quando la coccoli. Il risveglio abbracciato e i divani condivisi. Certi scorci della città in cui vivo. I camerieri del mio bar preferito, che mi fanno le feste ogni volta che vado da loro e mi preparano uno spritz senza manco più chiedere. Le musiche di Bob Dylan (che vita avrei avuto, senza Bob Dylan?). Gli amici che vengono a trovare e che inviti, perché ti fa piacere avere gente per casa.

I momenti di tristezza si curano così. E con il whisky.

Per la paura del futuro, purtroppo, non c’è niente da fare. Per quello puoi solo affrontarlo, avvicinandotici un giorno dopo l’altro.

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I been standing here waiting, Mister Postman, so patiently…

C’è questa cosa che ho sempre fatto e che, ogni tanto, continuo a fare.

Mi siedo e scrivo una lettera. A volte per me. A volte per qualcuno che conosco, a cui poi non la spedisco e che lascio lì (a volte cancello, a volte rimane a imperitura memoria).
Si può dire, quindi, che anche quando scrivo a qualcun altro, in realtà sto scrivendo a me.

Il gesto di scrivere, in realtà, mi serve a mettere nero su bianco sensazioni e pensieri e idee. Normalmente analizzo cose, sciolgo nodi. Più spesso, butto fuori cose che sento e che non posso o non voglio dire ad alta voce.

Mi sento meglio, dopo?
Spesso sì.

E questa è una delle cose che amo della scrittura.

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It’s cold he said as he climbed out of bed, will this winter ever go…

Da piccolo, a Nuoro, una volta l’anno c’era una giostra itinerante.
I miei genitori ci portavano me e mio fratello. Andavo nel tunnel dell’orrore e sparavo con il fucile al tiro al bersaglio.
Ma non potevo andare sull’ottovolante. Alcuni dei pilastri erano – giuro – poggiati su dei blocchetti e mia madre aveva paura che la struttura potesse cadere (da quello che so, non è mai caduta).

Ora che ho molti più anni, se vado in qualche parco dei divertimenti, è raro che vada sugli ottovolanti, perché non mi divertono poi così tanto, a dirla tutta.

Per contro, come succede spesso ultimamente, la vita, a volte, ti fa andare su un ottovolante, che tu sia pronto o meno, d’accordo o meno.
E quindi, sei lì seduto sulla tua poltrona e, improvvisamente, vedi una foto e stai cadendo giù, senza preavviso e senza sbarra di sicurezza davanti a te.

(quasi un mese e ancora ti cerco, in giro per casa)

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