È un periodo (dicono)

Ne parlava il Many.
Per me è un periodo che sembra sempre che quasi quasi e invece poi non è che.

Pubblicato in Scazzo | 1 commento

Now, I think I’ve got a lot more than just my toys to lend…

Passano gli anni, ma, invariabilmente, i bannerini pubblicitari che mi compaiono sopra gli articoli mi mostrano una cosa e una cosa soltanto: un robot aspiratore modello Roomba.

Ora, il fatto è che io ce l’ho, un robot aspiratore modello Roomba.

Questo significa solo una cosa: la casa dove vivo non sarà mai pulita a sufficienza.

(oppure Skynet si sta risvegliando e la sua battaglia contro l’umanità passa per i robot aspiratori modello Roomba, non so, devo ancora decidere)

Pubblicato in Tutti i giorni | Contrassegnato | Lascia un commento

Hurry back to me, my wild calling, it’s been the worst day since yesterday…

La gatta che ti occhieggia e sembra sempre arrabbiata e insoddisfatta, concedendosi, ogni tanto, pause per farsi coccolare.
Non ha ancora accettato i cambiamenti nella casa, i nuovi ritmi, i nuovi odori, il via vai di gente. Chissà se lo farà mai.
La musica dei Flogging Molly, di The White Buffalo, di Bob Dylan che risuonano nelle tue cuffie, assieme a qualche rara, nuova scoperta che Spotify ti fa fare, ma che, finora, non ha superato la prova del tempo.
Hai smesso di seguire un sacco di serie televisive, hai smesso di guardare un sacco di film. Guardi fuori dalla finestra il mondo che ti è stato restituito dopo la quarantena e non lo riconosci. Ha i contorni e i colori e i rumori del posto dove vivevi un tempo, ma non è lo stesso posto. Tu non sei la stessa persona, del resto, perché lui non dovrebbe cambiare?
Ti mancano gli amici, ti mancano i social network. Ti manca quella sensazione che, in qualsiasi momento, potessi trovare qualcuno con cui parlare, qualcosa di cui discutere. Torni a guardare vecchi luoghi e sono semi deserti e semi abbandonati. È come visitare il posto dove passavi le vacanze da piccolo e trovarlo impolverato e pieno di gente che non sai chi sia.
Ti manca viaggiare. Realmente ti manca la possibilità di scegliere, se farlo o meno. Di poter decidere di andare da qualche parte per qualche giorno, per un fine settimana, senza dipendere da un virus che richiede che ti faccia un tampone se parti, una quarantena se arrivi, che potrebbe farti cancellare un volo all’improvviso, magari solo quello d’andata o solo quello di ritorno, mettendoti in difficoltà con il lavoro, con la vita di tutti i giorni.
In un episodio di “Studio 60 on the Sunset Strip”, lo show dove lavorano i protagonisti invita dei musicisti di New Orleans, il primo Natale post uragano Katrina, per farli lavorare e dargli così la possibilità di fare qualche soldo da mandare a casa, magari di comprare dei regali a coloro che sono lì. Durante il breve concerto, vengono mandate in onda immagini della città e, alla fine, una scritta che recitava, più o meno “Tutto ciò che voglio per Natale è riavere indietro la mia vita”.
Ci ho pensato spesso, ultimamente, quando ho pensato “rivoglio indietro il mio mondo”.
Chissà se ce lo restituiranno mai.

Pubblicato in Scazzo | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Nothing good happens after 2am.

(questo l’ho scritto la mattina del 27 Giugno, alle 3 e rotti, dopo che, in ospedale, mi avevano fatto accomodare in una sala d’attesa. Ero lì, ho preso il cellulare e ho buttato giù tutta una serie di pensieri che ancora non avevo buttato giù. Poi non l’ho mai pubblicato, non so perché. Non so neanche perché lo pubblico oggi. A volte devi semplicemente esprimere quello che senti dentro.)

Mio padre se n’è andato alle cinque e mezza del pomeriggio.

Stavo tenendo una classe, da casa, online, con un mio studente giovanissimo. Il telefono ha suonato ed era mia madre e, contrariamente a quanto faccio di solito, ho risposto.

Ho risposto perché sapevo che la situazione era delicata (lo era da due mesi). Ho risposto perché sapevo cosa avrei sentito, dall’altra parte.

Mia madre mi ha dato la notizia. Mio padre se n’è andato alle cinque e mezza del pomeriggio. Ho detto va bene, OK, ti richiamo dopo. Ho messo giù, mi sono scusato con lo studente per l’interruzione e ho ripreso lì dove avevo lasciato.

Dopo quella classe ne avevo un’altra. Ho scritto al mio coordinatore per dire cosa era successo e se potevo cancellarla, ma poi ho lasciato stare. Non potevo andare da nessuna parte perché eravamo ancora dentro alla quarantena e, per di più, vivo in un paese diverso da quello dove vivono i miei genitori.

Ho pensato che sarei impazzito, a non fare niente. Ho pensato pure che mio padre avrebbe approvato e, quindi, ho tenuto la lezione successiva.

Nasciamo e moriamo dalla notte dei tempi e quindi, tutto sommato, mi viene da pensare che la mia storia non sia né particolarmente originale, né speciale. Però è la mia e non ci saranno altri padri che moriranno, per me, almeno credo, almeno di un qualche colpo di scena inatteso nella mia vita. Quindi devo ancora metabolizzare tutto, anche se è passato più di un mese, da quando è successo, e io so bene che non ho ancora realizzato, né affrontato per davvero la cosa, perché sì, perché ho avuto altri problemi, altri pensieri, altre cose su cui concentrarmi, di cui occuparmi, su cui puntare la mia attenzione, lasciando solo brevi sprazzi per pensare a mio padre che non c’è più, per immaginarmelo mentre fa cose che gli ho visto fare per tutta la vita e che non avrò più modo di vedergli fare, per accorgermi che c’è molto, di lui, in me, quando mi muovo in un certo modo o annuisco mentre ascolto la televisione o in altri microscopici momenti.

E so che, prima o poi, mi verrà presentato il conto, di questo dolore soffocato, ma, immagino, dovrò occuparmene quando sarà il momento.

Tra le tante cose che mi rammarico di non poter più fare con mio padre, c’è il fatto che non potrà tenere in braccio mia figlia, la nipote che voleva tanto vedere.

Mio padre avrebbe sempre voluto avere una figlia femmina e, invece, gli sono toccati due maschi. Io, nei suoi piani, mi dovevo chiamare Simona. Poi si è trovato un Fabrizio, con il suo stesso caratteraccio burbero, a mascherare un animo meno cattivo di quanto vorrebbe dare a vedere.

Poco prima e poco dopo la morte di mio padre, ho avuto tutta una serie di rogne di piccole e medie dimensioni. Diciamo che il 2020 si sta dimostrando un anno poco benevolo.

Ed è per questa ragione che la nascita di mia figlia, il momento del parto è qualcosa che mi ha cominciato a spaventare maggiormente. Perché, quando tante cose vanno male, come puoi affrontare serenamente un passo del genere? E, pur non essendo mai stato particolarmente scaramantico, mi ritrovo a dipingere scenari apocalittici e a cercare di prevedere come uscirne.

Mi succede da più di un mese. Mi sta succedendo ora, mentre sto seduto in questa sala di ospedale, attendendo che mi dicano se resto o torno a casa, mentre penso a mio padre, che non potrà stringere sua nipote e che, l’ultima volta che venne a farmi visita, venne in questo stesso ospedale per le sue beghe di salute.

Niente di buono accade, dopo le due del mattino. Cerchiamo di fare sì che stavolta non sia così.

Pubblicato in Tutti i giorni

And it doesn’t seem so worth it right now…

Ché mi piacerebbe chiamarti e dirti come sto e chiederti di ascoltarmi e non aspettarmi, da parte tua, una soluzione o una spiegazione, ma mi basterebbe sapere che mi stai ascoltando.

E lo so che non posso. Ma vorrei farlo comunque.

Pubblicato in Tutti i giorni | 1 commento

Un mese…

Pubblicato in Tutti i giorni | Lascia un commento

Movies, uh?

Era, boh, credo il 2001, quando incappai nel trailer 5-25-77. Si trattava di una pellicola minore, di un tizio mai sentito, sul classico ragazzino disadattato che vive nel paesino di poche anime, innamorato follemente del cinema e che vede, per la prima volta, Star Wars (il titolo è la data di uscita di Episodio IV, il 5 Maggio 1977).

Il film non è mai uscito (5-25-77 dico. Star Wars sapete bene che) e a me è sempre dispiaciuto perché nel trailer mi ci trovavo un sacco. Per l’amore per il cinema, per l’amore per Guerre Stellari, per quella voglia di condividere le cose che si amano con le persone, sperando che loro le amino a loro volta, per quel desiderio di diventare regista.
E per quella frase lì: “Seeing your future is easy. Getting there is the challenge”, che mi è sempre piaciuta tantissimo e che ho sempre sentito mia.

So che, alla fine, tre anni fa, il film ha avuto una proiezione (5-25-77 dico. Star Wars più d’una), ma, a oggi, non ha mai avuto una distribuzione pubblica.
Perché arrivarci è la sfida.

Pubblicato in Cinemino | Lascia un commento

Quella cosa lì della gentilezza… /2

Oggi sono andato a fare la spesa e, mentre tornavo, ho visto che il mio ristorante italiano preferito aveva la serranda alzata.
Solitamente, quando sono all’estero, non vado nei ristoranti italiani, perché non mi interessa farlo. Ma questo è piccolo, si mangia bene, i camerieri sono gentilissimi e i prezzi sono onesti. Quando mi manca casa, a volte, mi rifugio lì.

Mi sono affacciato alla finestra e cuoco e cameriera erano seduti al tavolino e, quando mi hanno visto, mi hanno salutato.
“Aprite?”, ho chiesto.
“Sì – ha detto lei, – all’una apriamo.”
“Ma fate cucina d’asporto?”
“Puoi mangiare qui oppure sì, possiamo preparare da asporto.”
Le ho sorriso e le ho detto “Che bello. Sono contento.”
Lei, allora, ha sorriso da un orecchio all’altro e ha battuto le mani, felice.
È stato un po’ come tornare a casa. È stato un momento molto bello.

Pubblicato in Tutti i giorni | Lascia un commento

Well, I guess it’s just us now.

Cose che mi ha insegnato mio padre e che vorrei riuscire a tramandare a mia figlia.

  1. Come fare i piccoli lavoretti in casa;
  2. La ricetta del maiale laccato al miele e del risotto ai funghi;
  3. A guidare (magari con meno urla);
  4. Che lungo la strada il carico si sistema (che mi ha ripetuto, in sardo, per almeno un milione di volte, qualsiasi fosse il mio problema);
  5. Che non importa chi ci sia dall’altra parte: pago io;
  6. Se ti sbucci una mela, sii sempre pronto a lasciarla alla persona che ami;
  7. A trattare bene i camerieri (lui li trattava malissimo, ma, insomma, ci siamo capiti);
  8. Ad amare i viaggi in macchina, attraversando altri paese, perdendosi, scoprendo paesini e posti nuovi, innamorandosi dei luoghi che si visitano;
  9. Incoraggiarla nelle sue passioni e nei suoi hobby;
  10. Se inviti qualcuno a mangiare da te, non si deve alzare con la fame;
  11. Se qualcuno con cui vivi dimostra apprezzamento per un qualche tipo di cibo, comprarne in quantità tali da fargli pentire per sempre di avere espresso quell’apprezzamento;
  12. Ad amare i film di Clint Eastwood. E “Noi, uomini duri”;
  13. A fare sentire benvenuto chiunque si affacci alla tua porta, come se fosse sempre stato parte della famiglia.

(ciao papà. Prometto che ci proverò.)

Pubblicato in Tutti i giorni

Did it take long to find me? And are you gonna stay the night?

Era il 2013 e io avevo pubblicato due libri.
Ci sono un sacco di storie, su quel periodo, su cosa mi stava succedendo, sulla persona che ero, su quello che pensavo sarebbe successo.
Niente di epocale, perché, vista da fuori, è la storia normalissima di uno che vede realizzarsi uno dei suoi sogni e, sotto sotto, per quanto si schernisce, un po’ ci spera. Ma visto da dentro, era un momento molto particolare e molto folle, per me.

Un pomeriggio di Agosto ricevo una richiesta per ricevere messaggi da qualcuno che non è un mio contatto, su Facebook, e trovo scritto quanto segue: “Scusa Fabrizio se ti disturbo, intanto vorrei sapere se sei l’autore di: Di sesso,di amore… se si mi farebbe piacere parlarne grazie Claudio“.
Controllando chi era, questo Claudio, scopro che si tratta di Claudio Risi, figlio di Dino e fratello di Marco. Regista cinematografico.
Come potreste sapere, se mi conoscete da molto tempo, scrivere per il cinema era stato uno dei miei sogni di gioventù.
Contattai Claudio e parlammo un po’. Aveva letto il mio secondo libro, gli era piaciuto molto e gli sarebbe piaciuto riuscire a farne un film. Non sarebbe stato un progetto sicuro (anzi), né sarebbe stato un grosso progetto (lui accennò a un “film per Internet”), però avrebbe voluto incontrarmi e parlarne.
Claudio Risi ha diretto cose piccole e che sono, in un modo o nell’altro, legate alla mia infanzia. Tra tutte, penso che la cosa forse più riuscita (con tutti i limiti del caso) sia “I ragazzi della 3 C“. Il suo interesse nel mio libro, risvegliò contemporaneamente una serie di speranze che, ovviamente, seppellii sotto un metro e mezza di terra, e un certo terrore che potremmo riassumere in me che mi immagino seduto in una sala cinematografica, a guardare un film tratto da un mio libro nel quale è stata infilata a forza “aò famme ‘na pompa!”.

Incontrai Claudio a casa sua, a Parioli, e, un’altra volta, lui venne a Bologna con il suo sceneggiatore storico. Parlammo del libro, scrissi un soggetto e poi un trattamento. Era una persona affabile e gentile. Non so quanto ci fosse di serio, nel suo progetto, ma il fatto che una volta venne lui, invece di fare andare me, ho sempre pensato fosse comunque un gesto gentile.
La cosa, ovviamente, non andò mai in porto. Il suo ultimo messaggio era stato in Febbraio 2015, in cui si scusava per essere sparito, spiegando che la situazione non era delle migliori, ma che stava lavorando al nostro progetto.
Delle nostre chiacchierate ricordo che dava importanza a un sacco di cose alle quali io, a livello narrativo, non avevo mai pensato. Ricordo che mi disse “certo che [il protagonista] esce un sacco, la sera. Con il lavoro che si ritrova, come fa a pagarsi le bevute?”.

Negli anni ci siamo persi di vista. Io, ogni tanto, l’ho pensato, ma non gli ho mai scritto, perché, da un lato, lo consideravo un progetto naufragato, dall’altro non volevo sembrare quello che lo stressa e gli tira la giacchetta aspettandosi il tappeto rosso al Festival del Cinema di Venezia.
Per me, la collaborazione, per quanto breve e non baciata dal successo, era stata un’esperienza che lego a quel periodo così particolare.

Oggi, per puro caso, ho scoperto che Claudio ci ha lasciato. Complicazioni di un infarto, dicono.
E mi sono ritrovato a pensare che mi dispiace. Che ricordo quest’uomo gentile, seduto nel suo salotto luminoso a Roma, mentre parliamo del libro, dei personaggi e io, ogni tanto, lancio uno sguardo alle statuette del Telegatto che sono disposte su un tavolino e, dentro di me, penso che mai avrei pensato di vedere da così vicino le statuette del Telegatto.

Non direi che volevo bene a Claudio, né che eravamo grandi amici. A volte, nella vita, conosci qualcuno e lui attraversa la tua esistenza e poi va via. Se hai fortuna, ti lascia un bel ricordo.
Claudio mi ha lasciato un bel ricordo. E se è vero, come diceva il tale, che siamo immortali fino a quando qualcuno si ricorda di noi, Claudio si è guadagnato almeno un pezzetto di immortalità, finché dura.

Pubblicato in Cinemino, On writing | Contrassegnato | 3 commenti