And he can see no reason, ‘cause there are no reasons. What reason do you need to be sure?

La sveglia che suona e tu ti trascini (ancora. Un’altra volta. Ancora. Ancora) giù dal letto fino alla cucina.
Prepari il caffè. Carezzi i gatti. Pensi al da farsi.
Poi cominci a canticchiare “Sei un mito” degli 883.
Sei. un. mito. degli. 883.

E niente. Dopo di questo non c’è più niente da dire, mi pare.

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You got to hold on. Take my hand, I’m standing right here. You gotta hold on…

Ci sono giornate difficili e piene.
Ci sono giornate difficili e piene che cominciano male.
Quelle giornate che ti lasciano il tempo del caffè e della torta per colazione, per sentirti a posto con il mondo.

(quando hai cominciato a cucinare torte? Quando hai cominciato a cucinare perché ti senti inquieto e agitato? Lo fa tuo padre. Lo fai tu. Quando hai cominciato?)

Sei a casa dal lavoro, ma il lavoro ti raggiunge a casa.
Nel frattempo ti raggiungono notizie preoccupanti e guardi con affanno l’orologio, perché hai un appuntamento importante, hai carte da firmare, un appartamento da comprare.

(quando hai deciso di fare questa cosa? Eri sobrio? Eri lucido? Sapevi cosa stavi facendo o era un tentativo di fuga?)

Fuori c’è il sole e fa freddo, ché l’autunno aspetta, ma poi arriva anche a Valencia. I gatti sentono la tua tensione, ti si spalmano addosso, dandoti colpetti con la testa per ricevere coccole o, forse, per incoraggiarti. “Devi tenere duro”.

Hai voglia di andare al mercato, di passeggiare tra le bancarelle, di comprare cose per provare a cucinare.
Hai voglia di metterti a camminare, perché camminare non ti fa pensare alle cose. Perché se non pensi, forse ti rilassi. O forse, come cantavano quelli, se ti rilassi, collassi.

Ascolti Tom Waits. Aspetti. Fuori c’è il sole e fa freddo.
Sarà un lungo lunedì.

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Maybe when our story’s over, we’ll go where it’s always spring…

Siedi e fumi e guardi fuori.
Pensi alla signora Afra che ha venduto il bar e pensi agli amici che ti aspettano. Hai voglia di allungare le gambe e di sgranchirle e di andare da qualche parte, ma non sai dove.
Altrove.
Verso qualcosa di meglio?
Solo altrove.
I gatti ti girano intorno e vogliono le coccole e poi solo fare due passi anche loro, forse verso qualcosa di migliore, forse solo altrove.
Senti la voce di Ian Holm che dice che si sente stanco e tirato, come un panetto di burro spalmato su una fetta di pane troppo grande e capisci pienamente cosa vuole dire.
Hai documenti da firmare e tasse da pagare. Hai persone che devi contattare e risposte da dare.
Vorresti solo guardarti intorno e dirti “va tutto bene. Andrà tutto bene”, invece di continuare a guardare altro (verso qualcosa di meglio? Solo altrove) per non incrociare il tuo riflesso che ti dice che no, non lo sa se andrà tutto bene e che puoi solo continuare ad andare e a cercare di fare il possibile perché ci vada, bene.
Spegni la sigaretta e guardi la cenere e pensi agli amici e alla famiglia e a coloro che non ci sono più. Persi nel tempo, persi nei litigi, persi perché la vita li ha portati altrove.
Ti chiedi se anche tu sei uno che la vita ha portato da un’altra parte e ti rispondi di sì.
Ti mancano cose e persone.
Sei contento di avere altre cose e persone.
Ma avresti solo voglia di allungare le gambe e di sgranchirle e di andare da qualche parte, ma non sai dove.

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When I get older losing my hair many years from now…

Cos’è l’invecchiare? Il maturare? Il diventare più consapevoli? Più centrati?
Non lo so.
So solo che la gif animata che descrive tipo il 90% delle mie reazione, a questo punto, è la seguente.

 

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Just keep swimming

È quando il tuo cervello ti sveglia alle sei, regalandoti pensieri sul tuo lavoro, sui gruppi in arrivo oggi, mutandoli in sogni dove sei in ufficio e organizzi transfer e orari e, a un certo punto, capisci che non è veramente un sogno, che veramente stai ripassando mentalmente quello che ti aspetta.
È allora che ti svegli e sono le sei e tutti dormono e tu rimani lì a fissare il vuoto e a chiederti qual è la linea che separa l’essere uno che ci tiene a fare bene un lavoro che odia dall’essere uno che dovrebbe andare a farsi vedere da uno bravo.

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Il mondo spiegato semplice

[Cliente che sto portando in giro per la città e che mi mostra menù raccattati dai tavolini dei bar, per spiegarmi come dovrebbe essere quello che gli propongo]

Io: “Ascolta, questo è un servizio che non ha a che vedere con i gruppi. Con i gruppi, i ristoranti, fanno tutt’altri ragionamenti, tutt’altri menù, basandosi su cose che con gli individuali non hanno a che vedere. Fotografare il cartello di una taperia, per strada, non ha niente a che fare con quello che cerchi. Sei un medico, no? È come se io venissi da te per un consulto e, mentre mi parli e spieghi, prendessi il cellulare, aprissi Google e dicessi ‘vedi, su Wikipedia dicono così’. Cioè, tu che faresti?”
Cliente: “Ah. [pausa] Però, guarda questo menù, non dovremmo fare così?”
Io: “…no.”

[Sipario]

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Era una notte buia e tempestosa…

Cose che mi mettono ansia, legate alla scrittura:

  1. Non scrivere;
  2. Scrivere e non scrivere quello che/bene/quanto vorresti;
  3. Rileggere le ultime righe del libro che stai scrivendo e non ricordarti di cosa volevi scrivere;
  4. Rileggere la ultime righe del libro che stai scrivendo e pensare che non era buona quanto ricordavi;
  5. Rileggere le ultime righe del libro che stai scrivendo e pensare “madonna, che merda”;
  6. Rileggere le ultime righe del libro che stai scrivendo, chiudere tutto, fare altro;
  7. La gente che legge quello che stai scrivendo, per darti un parere;
  8. La gente che legge quello che stai scrivendo per darti un parere e non ti dà un parere;
  9. La gente che legge quello che stai scrivendo per darti un parere e il parere è una cosa tipo “va bene” o “mi sta piacendo” e non sai se sono così stringati perché non hanno altro da dire o se, in realtà, pensano che sia la cosa peggio scritta dai tempi di un qualsiasi post sul blog dei 5 Stelle;
  10. La gente che ti chiede “stai scrivendo?”;
  11. I fottuti libri precedenti sul tuo Kindle, che incroci, mentre cerchi da leggere, e che ti dicono “ehi, ti ricordi che ne stai scrivendo uno nuovo?”;
  12. Facebook che ti mette i ricordi degli anni precedenti e ci sono le uscite degli altri libri;
  13. Non scrivere. Non scrivere. Non scrivere. NON SCRIVERE.
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