Ho detto che sono un dio, non Dio. Almeno credo.

Come molti di voi sapranno, campeggiatori, camperisti e campanari, oggi è il giorno della Marmotta e quindi in piedi.
Oggi, Punxsutawney Phil, il più grande metereologo del mondo, uscirà dalla sua tana e farà la sua previsione: se vedrà un’ombra saranno altre sei settimane di inverno, in caso contrario, avremo una primavera anticipata.
Cosa possiamo fare, mentre aspettiamo il verdetto di Phil? Possiamo pensare a curare le nostre labbra screpolate, baciare la nostra padrona di casa, salutare i vecchi compagni di scuola che vendono assicurazioni, mangiare come animali perché non vi preoccupa il colesterolo, perché siete un dio o perché la vita è troppo breve, per preoccuparsi dell’infarto (a meno che la vostra vita non sia un eterno e ripetuto 2 Febbraio).
Io, quest’anno, ho seriamente bisogno di primavera e faccio tifo perché Phil non veda un’ombra. Ripasserò Ricomincio da capo, mentre aspetto.
Forza, Phil, non mi deludere.

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The road is now calling and I must away…

A Settembre sono entrato nell’ufficio del mio Direttore e gli ho detto che me ne sarei andato.
C’è una gag ricorrente, al lavoro da me, una roba stupida di quelle che manco fa ridere, ma che è talmente radicata, che ormai ha preso piede ed è automatica. In pratica, nelle giornate difficili, quando ci sono grossi problemi o uno, banalmente, non ne ha voglia, si va dall’altro (di solito dal Direttore o da me) e si dice una cosa del tipo “Io vado a casa, ho un sacco di ore di recuperare” e l’altro risponde “Fila subito a lavorare”, simulando il rumore di una frusta (sì, non fa ridere, lo so, l’ho già detto io).
Quando ho detto al Direttore “io vado via”, lui ha sorriso e ha risposto “Eh certo, che hai, ore da recuperare? Fila alla scrivania” e rumore di frusta. Poi c’è stato questo momento di silenzio e ha capito che non parlavo di quello.

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And what’ll you do now, my darling young one?

Solita lista di pezzi che mi hanno accompagnato, in questo 2016 complicato, pieno di bei picchi e di una costante sensazione di ineluttabilità.
Ho avuto difficoltà, nel scegliere i pezzi. Di alcuni non ero sicurissimo, di altri non ero certo se l’avevo scambiato con qualcos’altro, di uno mi vergogno molto. Ma non è necessariamente un male, significa che ho ascoltato un sacco di cose e che ho avuto, nonostante tutto, un anno ricco bei momenti  musicali (OK, forse non sempre “belli”).

1. Rock’n’roll suicide – David Bowie
È stato l’anno in cui i nostri  idoli, musicali, cinematografici, artistici, hanno cominciato a lasciarci. Mi dicono che il 2016 non è stato un anno dalla mortalità particolarmente elevata, ma, semplicemente, che sono morte persone di cui sapevamo l’esistenza e alle quali tenevamo. Significa che stiamo invecchiando, sicuramente, che il mondo non è un posto dove un anno bisestile può cambiare le cose radicalmente. È stato, ovviamente, l’anno della scomparsa di David Bowie, proprio quando, a Bologna, c’era la bellissima mostra “Bowie is” a lui dedicata. L’ultima stanza della mostra, enorme, esponeva i suoi abiti di scena e, sulle pareti proiettavano pezzi dei live. Ti ritrovavi, così, nel mezzo di Rock’n’roll suicide e, quando la canzone finiva, era come essere in un altro mondo. E la canzone, inutile dirlo, è bellissima.

2. Eve of destruction – Barry McGuire
È stato anche l’anno di Donald Trump. E, mentre montava il dubbio che, in America, le cose si stessero complicando, sono ricapitato su una canzone che non sentivo da quando ero bambino (ora non vorrei pensaste che vivevo in una comune hippy, molto banalmente era inserita in un episodio di Ralph Supermaxieroe). A risentirlo ora, è un pezzo incredibile.

3. Mona Lisas and Mad Hatters – Elton John
Io ho un rapporto complicato, con Elton John. Nel senso che ci sono alcuni suoi pezzi che mi piacciono e altri (la maggior parte) che non mi dicono granché. Questo è uno di quelli che mi piacciono e, cosa bizzarra, mi piacciono nonostante io, il testo non riesca a capirlo. Non capisco cosa dice, di cosa parla, se è una roba tipo Bennato (uso le fiabe per parlare di cose più complicate) o se, semplicemente, non afferro le metafore. Però ha un andamento dolce e trascinante e a me, su queste cose, mi si compra facile.

4. The ballroom blitz – The sweet
Non ci sono molte cose per cui gioire, con Suicide Squad: è un film brutto e non c’è altro da aggiungere. Però ha il merito di avere riporato in auge questo pezzo qui, di un gruppo che non ha scritto roba particolarmente ricordabile, ma che, con questa canzone, ha fatto decisamente centro.

5. Go the distance – The White Buffalo
Il nuovo album di The White Buffalo è una roba che, dentro di me, è cresciuta pian piano e, pian piano, ho cominciato ad amare. Questo pezzo mi è caro per un sacco di ragioni, non ultimo che ci identifico una persona precisa, ogni volta che lo ascolto, e che mi ricorda del vaggio a Londra fatto per superare indenne il mio compleanno. L’estate scorsa, sono andato a vedere la data di Trieste di The White Buffalo ed è stato un bellissimo concerto nel quale l’ha eseguita, facendomela amare ancora di più.

6. La gozadera – Gente de zona ft. Marc Anthony
C’è un locale di cucina cubana, a Valencia, che, tra le altre cose, fa dei mojito da paura. E io e la mia ragazza abbiamo l’usanza di andare a berne un paio, quando sono da quelle parti. Una delle cose che ci sono, nel locale di cucina cubana, è una televisione sulla quale passano, di continuo, video di artisti cubani e sud americani. Uno di questi è quello di questa canzone, che abbiamo visto e ci ha fatto ridere, per il misto di tamarragine e per la presenza di Marc Anthony, chiaramente fuori target, ma impegnato a fare il super giovane, tipo i vecchi zii che, ai matrimoni, vogliono ballare la musica d’oggi. Solo che l’abbiamo visto un paio di volte e poi lo abbiamo cercato per riderne ancora ed è come le droghe che, non te ne accorgi, e sei dipendente. Non ho nessuna scusante, ma, oh, apprezzate la sincerità.

7. Sabotage – Beastie Boys
Come ogni estate ho ripreso ad allenarmi e volevo una playlist da ascoltare, mentre pedavalo e facevo sacco (e che, giusto per motivarmi, ho intitolato “Run, fat boy, run”). Questo è il pezzo di apertura ed è un pezzone (incidentalmente presente anche nel nuovo film di Star Trek).

8. Vedi cara – Francesco Guccini
Ci sono canzoni che ritornano, nella tua vita, dopo essere andate via e averti fatto pensare che non le avresti ascoltate più. Questa è una di quelle ed è stata molto presente, quest’anno, per ragioni che non saprei spiegare neanche io, a parte che la trovo bellissima.

9. Tuesday’s Gone – Metallica
A Settembre di quest’anno mi sono licenziato e ho deciso di prendere una nuova strada. Il giorno in cui sono andato dal mio capo per dirgli che me ne andavo, ho ascoltato questa versione dei Metallica di un pezzo dei Lynyrd Skynrd, per darmi coraggio.

10. Older and taller – Regina Spektor
Che le posso dire? È il singolo che ha preceduto l’uscita del nuovo album e, sebbene preferisca maggiormente altri brani del disco, c’è la parte in cui dice “And you retired just in time you were about to be fired for being so tired from hiring the ones who will take your place” che, in questo momento, è tipo perfetta.

11. The parting glass – Shaun Davey
Io le canzoni che parlano di addii e di saluti le amo molto e sono merce facile. Questa è molto bella e la versione di Shaun Davey, dal film “Svegliati Ned!” è, per me, la migliore in assoluto. Roba da magone e stomaco attorcigliato.

12. A hard rain’s a-gonna fall – Bon Dylan
Dylan ha vinto il Nobel, quest’anno. Polemiche a pacchi per tutte una serie di ragioni. Non è andato a ritirarlo e, al suo posto, è arrivata Patti Smith che, emozionatissima, ha cantato questo pezzo (sbagliandolo, a un certo punto). Che è un pezzo bellissimo, ça va sans dire, e, boh, ascoltatelo e godetene, indipendentemente dal fatto che siate o meno d’accordo con l’accademia per il Nobel.

 

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I need an academic advisor to point the way…

A Settembre ho annunciato, a lavoro, che sarei andato via. Ci pensavo da un po’ ed è arrivato un momento in cui non era più tanto una scelta.
È stato un anno molto pesante e molto difficile, per tutta una serie di ragioni. A lavoro, per tutta un’altra serie, è andata sempre peggio. È arrivato il momento in cui dovevo scegliere se avere la sicurezza del posto fisso o se volevo salvaguardare un minimo di serenità e ho scelto per la seconda.
Non dico che sia stato una scelta facile. Non posso neanche dire che ora, passati dei mesi, io sia sicuro di avere fatto la scelta giusta. Quando vivi nel mondo in cui vivi, quando vieni cresciuto con l’idea che il posto fisso sia uno degli obiettivi primari della tua vita, quando sei circondato da amici e conoscenti che ambiscono ad averne uno e non riescono, come puoi essere sicuro di avere fatto bene a rinunciarvi?
Ho accettato di restare fino a Dicembre, così da aiutare con le fiere dell’ultima parte dell’anno e da preparare chi avrebbe preso il mio ruolo. Se inizialmente non è stato questo grande cambiamento, mi alzavo e andavo a lavoro ogni mattina, negli ultimi giorni mi sentivo come un fantasma che infestava l’ufficio. Avevo messo la persona che mi doveva sostituire a fare il mio lavoro, con me che rimanevo lì, in giro per l’ufficio, senza niente da fare, in caso avesse avuto bisogno di spiegazioni o supporto. Dopo una settimana sono andato dal mio capo e ho detto che avrei anticipato la mia interruzione di lavoro di dieci giorni, pena la perdita della mia sanità mentale.

C’è un pezzo in Avenue Q, intitolato “I wish I could go back to college”, in cui uno dei personaggi dice “Come posso fare per tornare all’università? Non so più chi sono”.
C’è stato un periodo, qualche anno fa, in cui mi sentivo così. Mi sono accorto di sentirmici di nuovo, quando, guardandomi allo specchio, mi sono fermato e mi sono reso conto che, per qualche ragione, avevo difficoltà a riconoscermi.
Dopo anni di faticoso lavoro, mi ero costruito un’immagine di me, di chi fossi e di cosa facessi, ma poi è di nuovo saltato tutto. Non voglio dire che mi identificassi con il mio lavoro, perché non sarebbe vero, ma avere smesso di fare quello che ho fatto per gli ultimi dieci anni, unitamente a tutta un’altra serie di cose (problemi familiari, decisioni da prendere, futuro incerto), mi hanno messo in questa condizione di non capire se, le cose che faccio, le faccio perché sono io o perché le faceva quell’io che non riconosco più (il sedersi al solito bar, i rituali consolidati negli anni, il non capire se lo faccio perché mi piace farlo o perché mi sto aggrappando a qualcosa che non c’è più).
Razionalmente mi rendo conto che non è niente di traumatico, che ci sono passato altre volte, che ci passerò, forse, ancora. Ottimisticamente, mi rendo anche conto che è un’occasione, la possibilità di poter cambiare cose, di poter trovare una nuova immagine di me che mi piaccia maggiormente.
Ma le variabili sono così tante e le ignote sono così profonde, che la cosa, inutile negarlo, mi spaventa e mi fa sentire perso.
Si recupera. Si reagisce. Ma ci sono momenti in cui vuoi solo accenderti una sigaretta, sederti nel tuo angolo di terrazzo e guardarti in giro, cercando tracce del te di ora, di quello di prima e, possibilmente, qualche scorcio di quello del futuro. E sai che non lo vedrai e quindi ti limiti a stare lì, seduto, e a cercare.

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Tell me I’ll never have to be out there again…

Che poi la mia storia preferita su Carrie Fisher è quell’intervista degli anni ’90 in cui parlava del suo rapporto con il fandom di Guerre Stellari e disse una cosa tipo “Ogni tanto incontro delle persone che mi dicono che hanno visto i film cento volte e il mio unico pensiero è ‘questa persona è malata e ha bisogno d’aiuto'”. Io, al periodo, collaboravo alla gestione di un fan club di Guerre Stellari e ho sempre sognato di riuscire a portarla alla convention annuale e sentirle dire una cosa del genere, durante una conferenza, alla prima persona che avesse fatto un’affermazione simile.

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Westworld spiegato bene

Parco giochi a tema western. Ricconi annoiati in cerca di emozioni. Sesso. Violenza. Androidi replicanti identici agli umani, difficili da distinguere dalle persone reali. La reiterazione delle loro esistenze. Vivi. Scopi. Muori. Rinasci. Vivi. Scopi. Muori. Rinasci. Giochi di potere, dietro le quinte. Misteri legati al fondatore del parco e al co-fondatore scomparso. Misterioso cavaliere nero che cerca un livello più profondo. La reiterazione delle vite degli androidi che comincia a incrinarsi. Ricordi e sogni. Sensazioni. Dubbi. Poiepisodioottominotaurocavalierimedievaliandroidediventatotipodio
chemodificalestorieintempodirettomortebohgentechenonsicapisceCOSACAZZOSUCCEDE.

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Cose varie (2016 finora) /5

2

1. Di Westworld state sicuramente leggendo (un sacco di cose) in giro. La serie HBO era attesissima fin dai trailer, così evocativi e pieni di mistero. Poi c’è il nome di J. J. Abrams, che, volenti o nolenti, attira sempre l’attenzione. Quando è uscito, Westworld, ha diviso: o è piaciuto molto o ha annoiato molto. Le prime puntate sono lente, ma costruiscono tutta un’atmosfera che, personalmente, ho amato parecchio. Le ultime cominciano a fare succedere cose ed è qui che la trama si complica. Di quelle complicazioni che, qualcuno, ha già cominciato a paragonare a Lost, facendomi scendere un brivido lungo la schiena. A me, per ora, sta piacendo moltissimo. Hanno annunciato una seconda stagione, cosa che, lo ammetto, preoccupa. Però un’occhiata vi consiglio di darla.

4

2. Regina Spektor è tornata, con un nuovo album, all’improvviso. Sicuramente colpa mia, che non seguo il mercato e, quindi, ricevo questo genere di sorprese. Ma, essendo sorprese gradite, benvengano e, anzi, di più, per favore. Com’è il nuovo album? Leggermente inferiore ai precedenti, meno “uniforme”, come se avesse più difficoltà a trovare un suono e uno stile univoco, come succedeva in Soviet Kitsch o in Begin to hope, ma il singolo di lancio, Older and taller, mi ha rapito come pochi e i picchi di The lightThe visit meritano ascolti ripetuti.

3

3. Non si tratta di un nuovo libro di Murakami, quanto della raccolta dei suoi due racconti d’esordio. Che dire? Sono, ovviamente, molto acerbi, ma già trovi la precisione dell’autore nei dialoghi e la sua passione per quella sottile linea tra la vita di tutti i giorni e l’assurdo. Non imperdibile, ma molto interessante.

5

4. Su “Oh…Sir!” ci sono capitato per caso ed è stupido e divertente, capace di assorbirti come solo le cose stupide e divertenti sanno fare. Per chi viene da Monkey Island, una gara di insulti è tipo un richiamo irresistibile. Il gioco non è altrettanto sagace, ma vi metterà nei panni di un personaggio impegnato a insultarne un altro (manovrato dal gioco e da un altro giocatore), scegliendo tra una lista di parole e verbi e congiunzioni, disponibili dall’inizio dello scontro, nel tentativo di sconfiggere l’avversario. Ripeto: è stupido, ma anche dannatamente divertente.

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