I been standing here waiting, Mister Postman, so patiently…

C’è questa cosa che ho sempre fatto e che, ogni tanto, continuo a fare.

Mi siedo e scrivo una lettera. A volte per me. A volte per qualcuno che conosco, a cui poi non la spedisco e che lascio lì (a volte cancello, a volte rimane a imperitura memoria).
Si può dire, quindi, che anche quando scrivo a qualcun altro, in realtà sto scrivendo a me.

Il gesto di scrivere, in realtà, mi serve a mettere nero su bianco sensazioni e pensieri e idee. Normalmente analizzo cose, sciolgo nodi. Più spesso, butto fuori cose che sento e che non posso o non voglio dire ad alta voce.

Mi sento meglio, dopo?
Spesso sì.

E questa è una delle cose che amo della scrittura.

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It’s cold he said as he climbed out of bed, will this winter ever go…

Da piccolo, a Nuoro, una volta l’anno c’era una giostra itinerante.
I miei genitori ci portavano me e mio fratello. Andavo nel tunnel dell’orrore e sparavo con il fucile al tiro al bersaglio.
Ma non potevo andare sull’ottovolante. Alcuni dei pilastri erano – giuro – poggiati su dei blocchetti e mia madre aveva paura che la struttura potesse cadere (da quello che so, non è mai caduta).

Ora che ho molti più anni, se vado in qualche parco dei divertimenti, è raro che vada sugli ottovolanti, perché non mi divertono poi così tanto, a dirla tutta.

Per contro, come succede spesso ultimamente, la vita, a volte, ti fa andare su un ottovolante, che tu sia pronto o meno, d’accordo o meno.
E quindi, sei lì seduto sulla tua poltrona e, improvvisamente, vedi una foto e stai cadendo giù, senza preavviso e senza sbarra di sicurezza davanti a te.

(quasi un mese e ancora ti cerco, in giro per casa)

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Quel meme di Will Ferrel in Anchorman

Stavo scrivendo una roba a un’amica e, verso la fine, ho scritto, per indicare la reiterazione di una mia azione, “(ad lib.)”.
Dopo averlo fatto, mi sono ricordato da dove mi veniva, ‘sta cosa.

Quando ero molto giovine, un’amica di famiglia mi regalò due cassette e, entrambe, erano dei best of. Una era Greatest Hits II dei Queen, che segnò la nascita della mia storia d’amore con la band inglese, portata avanti in maniera maniacale con profondo affetto per molti anni (fino a che, oggi, grazie alla vostro rinato amore dopo il film Bohemian Rhapsody mannaggiaavoi se sento ancora una volta una loro canzone forse mi do fuoco in piazza).

L’altra cassetta era “Back to front”, un best of di Lionel Richie. Io non è che lo conoscessi molto, Richie, al periodo.
Per esempio conoscevo uno dei suoi pezzi più famosi (quel “We are the world” scritto con Michael Jackson e prodotto da Quincy Jones) senza sapere che fosse suo. Ma la sua produzione con i Commodores e dopo, direi quasi nulla.

Insomma, una delle canzoni dell’album si chiudeva in dissolvenza, con una frase ripetuta più volte. Nella cassetta c’erano i testi (caso raro) e nello specifico, metteva la frase e poi, a indicare la ripetizione con tanto di dissolvenza, appunto (ad lib.).
Da lì imparai a usarlo. Probabilmente a sproposito.

Ma il bello è che, tutto questo, mi è tornato in mente oggi, mentre scrivevo quella cosa alla mia amica. Mi sono ricordato tutto, delle cassette, dei best of, della scoperta di nuova musica.

La cosa brutta è che, in questo momento, STO ASCOLTANDO IL FOTTUTO LIONEL RICHIE.

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2019 finora /4

Portami a casa (di cui vedete la quarta di copertina che replica la locandina perché Google, Dio solo sa perché, non mi trova la locandina) è quel genere di film nel quale mi imbatto, che penso “mi interessa” e poi c’è uno stacco, sono passati anni, io sono più vecchio, più stanco e più malmostoso e ancora non l’ho visto.
Un uomo muore e mogli e figli si ritrovano, accompagnati dalle rispettive famiglie, sotto lo stesso tetto, per rispettarne le ultime volontà. Questo, ovviamente, arriva nel momento sbagliato, per alcuni di loro, e scoperchia tensioni passate e presenti.
Il film ha degli attori in stato di grazia, non sempre tiene il ritmo, ma mai annoia, né ti fa sbuffare. Il finale, soprattutto, per quanto non sia mostruosamente originale, conduce lo spettatore al commiato con una certa grazia e in maniera non banale. Si trova su Amazon Prime Video (o, almeno, si trova qui in Spagna, non so lì da voi, questa cosa dei cataloghi diversi per regione mi sta facendo uscire di testa).

Arrivato ultimo come al solito, sto recuperando Fleabag. Probabilmente, se già non l’avete vista, la conoscete perché avete almeno un amico o amica rompipalle che vi ha stressato dicendo che dovete AS-SO-LU-TA-MEN-TE vederla. Se non ce l’avete, quel ruolo ora lo copro io e vi dico che dovete dovete AS-SO-LU-TA-MEN-TE vederla.
Non solo per la storia, per il costante alternarsi di risate e stomaco attorcigliato e “oh mio dio, cosa sta succedendo?”, ma, soprattutto, per lei, la bravissima Phoebe Waller-Bridge che, in un cast di attori eccellenti, riesce comunque a svettare e si piazza nella top ten delle mie cotte adolescenziali a un’età nelle quali non si dovrebbero avere cotte adolescenziali. Lo trovate su Amazon Prime Video (questo sono abbastanza certo lo troviate anche lì dove siete voi).

Ho scoperto dell’esistenza di questo libro perché, su Facebook, girava un pezzo tratto dal blog dell’autore (pezzo che si trova nel libro, in versione più lunga). Gazzaniga racconta storie di sport e di sportivi, tristi o serene, a volte incredibili. Spesso, per quanto mi riguarda, racconta di personaggi che non ho mai sentito. Lo fa bene, lo fa intrattenendo, sebbene si senta molto l’eredità del blog, nel taglio e nello stile.
Però è un libro che si lascia leggere con piacere e che, più spesso di quanto ti piaccia ammettere, ti inumidisce gli occhi.

Ho scoperto Reignwolf guardando Roadies (serie tv di Cameron Crowe, di cui parlai tre anni fa, e che chiuse dopo una stagione) (non vorrei vi dispiaceste, la serie comincia bene, ma poi, come sovente succede con Cameron Crowe, diventa una zozzata indifendibile) e me ne innamorai. Solo che, maledetto lui, non c’era mai nulla di nuovo da lui prodotto.
E finalmente, dopo tre anni, esce il suo album, Son of a gun.
E niente. Non mi è piaciuto. La vita è amara, amici miei.

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Lo scrivevano sui muri…

Quando il Livorno retrocesse in serie B, nei bagni di Giurisprudenza, a Pisa, c’era scritto “O Livornese, o che farai ora la domenica?”. Qualcuno, sotto, in risposta, scrisse “Si tromberá ir tegame di tu ma’”.

(si ride per non piangere)

(sì, è un post di commento politico, questo)

(caffè?)

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La mancanza ha la forma di spazi vuoti.
Ha l’aspetto di figure che ti sembra di vedere, con la coda dell’occhio, e ti giri e non c’è nessuno.

Gli spazi vuoti si riempiranno.
Ma, con la coda dell’occhio, continuerai a vedere cose che non ci sono.

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One more time, for a simple twist of fate…

Bob Dylan sembra piccolo e fragile.
Arriva sul palco, non dice nulla, non saluta, va al piano e comincia a suonare, accompagnato dalla sua band.
Il pubblico fa una standing ovation. Perché è un premio Nobel. Perché è una leggenda. Perché è Bob Dylan. Ma lui non ci fa caso o ignora e canta.

Nel 1987, Bob Dylan ha cominciato il Never ending tour con il quale gira il mondo da allora, mentre, intorno a lui, cambiano i musicisti della band e passano gli anni.
Come è comprensibile, per un uomo che suona le stesse canzoni da più di 30 anni, Dylan ha riarrangiato tutto. Dove con “riarrangiato” intendo che le sue canzoni hanno musiche totalmente differenti, tanto che, in alcuni casi, le riconosci solo perché conosci il testo.

E, a volte, neanche quello.
Dylan ha 74 anni. 74 anni che, suppongo, ha vissuto pericolosamente, facendo esperienze di ogni tipo. 74 anni che non gli impediscono di fare un’ora e mezza di concerto senza fermarsi mai, ma che pesano sulla voce, nasale come sempre, ma anche sulla dizione, complicata e, a volte, incomprensibile (e se lo dico io, che sono una via di mezzo tra un orchetto di Mordor e un lemming…).

Sapevo tutto questo, prima di andare a vederlo. Amici e blogger mi avevano raccontato di questa cosa. Mi avevano detto “guarda che ormai non ha più senso, non ci capisci niente”.

Perché sono andato lo stesso?
Perché è Bob Dylan.
Sono un appassionato di hard rock e rock. Ascolto spesso e volentieri il metal. Ma, se mi fermo e ci penso, Bob Dylan è l’artista che più ha influito sulla mia vita, personale e anche su quella creativa.
Desolation row. It ain’t me, babe. Things have changed. Don’t think twice it’s alright. You’re gonna make me lonesome when you go. If you see her, say hello. E tutta una serie di pezzi che non mi metto a citare, ma che hanno risuonato durante i miei giorni bui, durante quelli luminosi, durante i cuori spezzati, durante le sessioni di scrittura e durante quelle alcoliche.
Per me era importante vedere Bob Dylan perché è Bob Dylan. Perché ha cantato una versione di Like a rolling stone assolutamente inconcepibile, ma era Bob Dylan e portava, sulle spalle, il peso di una vita e di una carriera che avevo bisogno di vedere con i miei occhi.

E ogni volta che ha preso l’armonica e l’ha suonata, ecco, quello è stato il momento in cui è successa quella cosa dello stomaco stretto. Il momento in cui, in quell’armonica, hai riconosciuto Bob Dylan, che te l’ha suonata nelle orecchie un miliardo di volte, mentre scrivevi quella pagina di quel libro, mentre fumavi quella sigaretta, mentre passeggiavi, mentre scrivevi a quella persona speciale.
Per quell’armonica perdoni la voce nasale e gli arrangiamenti inconcepibili e la mancanza di contatto con il pubblico.
Perché è in quell’armonica che Bob Dylan ti si è seduto accanto e ti ha detto “ciao, sono Bob Dylan e voglio farti sentire una cosa che amerai”.
E, infatti, l’hai amata.

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