I need an academic advisor to point the way…

A Settembre ho annunciato, a lavoro, che sarei andato via. Ci pensavo da un po’ ed è arrivato un momento in cui non era più tanto una scelta.
È stato un anno molto pesante e molto difficile, per tutta una serie di ragioni. A lavoro, per tutta un’altra serie, è andata sempre peggio. È arrivato il momento in cui dovevo scegliere se avere la sicurezza del posto fisso o se volevo salvaguardare un minimo di serenità e ho scelto per la seconda.
Non dico che sia stato una scelta facile. Non posso neanche dire che ora, passati dei mesi, io sia sicuro di avere fatto la scelta giusta. Quando vivi nel mondo in cui vivi, quando vieni cresciuto con l’idea che il posto fisso sia uno degli obiettivi primari della tua vita, quando sei circondato da amici e conoscenti che ambiscono ad averne uno e non riescono, come puoi essere sicuro di avere fatto bene a rinunciarvi?
Ho accettato di restare fino a Dicembre, così da aiutare con le fiere dell’ultima parte dell’anno e da preparare chi avrebbe preso il mio ruolo. Se inizialmente non è stato questo grande cambiamento, mi alzavo e andavo a lavoro ogni mattina, negli ultimi giorni mi sentivo come un fantasma che infestava l’ufficio. Avevo messo la persona che mi doveva sostituire a fare il mio lavoro, con me che rimanevo lì, in giro per l’ufficio, senza niente da fare, in caso avesse avuto bisogno di spiegazioni o supporto. Dopo una settimana sono andato dal mio capo e ho detto che avrei anticipato la mia interruzione di lavoro di dieci giorni, pena la perdita della mia sanità mentale.

C’è un pezzo in Avenue Q, intitolato “I wish I could go back to college”, in cui uno dei personaggi dice “Come posso fare per tornare all’università? Non so più chi sono”.
C’è stato un periodo, qualche anno fa, in cui mi sentivo così. Mi sono accorto di sentirmici di nuovo, quando, guardandomi allo specchio, mi sono fermato e mi sono reso conto che, per qualche ragione, avevo difficoltà a riconoscermi.
Dopo anni di faticoso lavoro, mi ero costruito un’immagine di me, di chi fossi e di cosa facessi, ma poi è di nuovo saltato tutto. Non voglio dire che mi identificassi con il mio lavoro, perché non sarebbe vero, ma avere smesso di fare quello che ho fatto per gli ultimi dieci anni, unitamente a tutta un’altra serie di cose (problemi familiari, decisioni da prendere, futuro incerto), mi hanno messo in questa condizione di non capire se, le cose che faccio, le faccio perché sono io o perché le faceva quell’io che non riconosco più (il sedersi al solito bar, i rituali consolidati negli anni, il non capire se lo faccio perché mi piace farlo o perché mi sto aggrappando a qualcosa che non c’è più).
Razionalmente mi rendo conto che non è niente di traumatico, che ci sono passato altre volte, che ci passerò, forse, ancora. Ottimisticamente, mi rendo anche conto che è un’occasione, la possibilità di poter cambiare cose, di poter trovare una nuova immagine di me che mi piaccia maggiormente.
Ma le variabili sono così tante e le ignote sono così profonde, che la cosa, inutile negarlo, mi spaventa e mi fa sentire perso.
Si recupera. Si reagisce. Ma ci sono momenti in cui vuoi solo accenderti una sigaretta, sederti nel tuo angolo di terrazzo e guardarti in giro, cercando tracce del te di ora, di quello di prima e, possibilmente, qualche scorcio di quello del futuro. E sai che non lo vedrai e quindi ti limiti a stare lì, seduto, e a cercare.

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Una risposta a I need an academic advisor to point the way…

  1. llisaah ha detto:

    Non credo sia un momento qualsiasi, quello che racconti. Decisioni del genere, per me, significano rimettere a fuoco i propri bisogni. Il che, non solo non è scontato, ma lo trovo sinonimo di intelligenza.
    (buona sigaretta, intanto. Anche senza stare a cercare – rimani tu, e nessuno può portarti via da quello che sei)

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