Everybody changes ‘til tomorrow’s yesterday…

Il gatto che ti salta addosso perché è il suo modo per dirti che devi svegliarti, basta dormire, basta stare fermo sotto le lenzuola, c’è un mondo che ti aspetta o, quanto meno, ci sono delle coccole da fare. Sognavi di palazzi che crollavano e di crepe e scale e gente che correva e non ricordi altro, solo confuse sensazioni. Apri gli occhi e ti guardi intorno e dalla luce non capisci se c’è il sole o no e se il mondo lì fuori ha ancora tutti i palazzi al posto giusto o se ne manca qualcuno.
Ti alzi e metti su il caffè, mentre stai fermo in mezzo alla cucina e fissi un punto indefinito. Se il gatto non ti avesse svegliato, saresti ancora dentro un palazzo che crolla? E se il palazzo fosse crollato, dove ti saresti risvegliato?
Bevi il caffè caldo, seduto sul divano. Guardi Clerks e, mentre lo fai, ripensi a quando l’hai rivisto la prima volta e quante volte l’hai rivisto dopo e a chi eri, a quel tempo, e a chi conoscevi. Ti stendi una lista. Ripensi a nomi. A facce. A tic. A modi di dire. Ti chiedi dov’è quella gente, cosa starà facendo. Non senti la necessità di scoprirlo, ma non puoi fare a meno di pensare che, nel momento in cui vi siete separati, qualcosa di te se n’è andato con loro.
Ti vesti, esci e vai in un posto dove non avresti mai pensato di andare. Dove c’è cibo e bancarelle di cose più o meno artistiche, più o meno professionali e musica che non ti fa impazzire, ma è musica e la gente è contenta e balla e tu sei lì che li guardi, sorseggiando uno spritz buono, fatto bene, che ti fa un sentire un po’ meno la mancanza di casa.
Incontri due persone che conosci, decidete di bere una cosa insieme, di ascoltare la musica seduti su un prato, all’ombra e di chiacchierare del più e del meno e, per un attimo, ti ricordi com’era, parlare con le persone e bere e raccontarsi cose. Ascolti un gruppo raggae e poi una cover di Prince che ti fa ricordare che, quando passa Kiss, inevitabilmente la canti in falsetto.
Torni a casa, sudando sotto al sole, ma va bene, perché hai cominciato questa bizzarra routine fatta di camminate per la città, mentre ascolti musica e pensi alle tue cose. Passi accanto alle persone, le studi, guardi come vestono, come camminano, cosa fanno, se ti guardano a loro volta.
A casa metti su un film, ma sei troppo inquieto, per seguirlo. Nel frattempo amici lontani ti mandano messaggi e voci e foto da un luogo che, un tempo, era casa tua e che ora è troppo lontana per essere raggiunta. Carezzi i gatti, ti rigiri sul divano, alla fine ti alzi e vai al cinema a guardare una pellicola che ti interessa relativamente, in una lingua che ancora hai difficoltà a capire pienamente. Mangi caramelle. Bevi Coca Cola. Pensi a quante calorie stai ingoiando e sai già che, dopo, ti sentirai in colpa.
Quando esci è notte e aspetti l’autobus per venti minuti. Respiri l’aria ancora fresca di una giornata molto calda e guardi le auto passare e le luci che brillano. Canticchi Regina Spektor. Canticchi i Rolling Stones. Siedi nel bus e guardi ragazzine che hanno meno della metà dei tuoi anni che vanno chissà dove, tutte in ghingheri, e ti chiedi se loro ti vedono come un vecchio, quando tu, ancora, ti senti avere un’altra età.
I gatti che ti fanno le feste, al tuo ritorno, prima di litigare e costringerti a fare da paciere con due creature che non ti capiscono e, tutto sommato, non sembrano neanche particolarmente interessate alla tua presenza.
Ti stendi a letto. Gli amici ancora ti scrivono. L’inquietudine è ancora lì. I palazzi non sono ancora crollati.

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