Let your pain just leave you when you sing she said

Canzoni di un anno 2012 che è stato lungo e complicato e stranissimo e pazzesco. Sono successe un sacco di cose, non tutte belle, ma molte sì e ho ascoltato un sacco di musica e allora qui qualche pezzo che potete non ascoltare se non vi va di farlo o ascoltarle se volete e poi dirmi “cazzo, bello quel pezzo”, ma anche “cazzo, ma quel pezzo fa schifo”. Anzi no, non me lo dite se non vi piacciono, ‘fanculo.

1. Crash and burn – Gran Bel Fisher
Beccata su Studio 60 on the Sunset Strip (mai abbastanza compianto) è una ballata con un attacco di piano fenomenale. Sarebbe quello che si definisce easy listening, ma è quel easy listening che si fa ascoltare con piacere.

2. These exiled years – Flogging Molly
La classica ballatona romantica dei Flogging Molly sul tempo che passa e fa male, nel farlo.

3. Desolation Row – Bob Dylan
(ché non so se il pezzo sia originale e il titolo è sbagliato, ma quel fetente ha fatto levare i suoi pezzi da YouTube e quindi è sempre difficile trovare qualcosa di suo)
Questa canzone è un capolavoro. È il Canterbury Tales del rock. È una serie di storie, alcune bellissime, alcune fuori di testa, alcune puramente dylaniane, altre normalissime e incredibili. E ha un finale magnifico (e una versione italiana di De Andrè e una cover di merda dei My chemical romance). L’ho ascoltata e la ascolto di continuo e ho anche cominciato a scriverci raccontini brevi, ispirati a ogni storia che racconta (qui il primo).

4. You can’t always get what you want – The Rolling Stones
È stato un anno di grande rivalutazione degli Stones per me, questo, e questo pezzo mi ha accompagnato durante un sacco di viaggi in auto, mentre pensavo a cose varie, a storie da scrivere, a fatti che mi capitavano. E poi mi sono sempre chiesto chi fosse Mr. Jimmy.

5. Shelter from the storm – Bob Dylan
(e niente, non si trova una versione su YouTube, cazzo di Bob Dylan)
C’è stato un momento che l’ho ascoltata ossessivamente per giorni e suonata con la chitarra altrettanto ossessivamente. Ricordo che guardai un collega, in ufficio, e gli chiesi “ma poi arriva un momento in cui uno smette di ascoltare Shelter from the storm ad anello, vero?” (il collega mi tranquillizzò dicendo di sì e in effetti aveva ragione). E c’è quel pezzo meraviglioso in cui canta “All’improvviso mi voltai e lei era lì in piedi, con braccialetti d’argento ai polsi e fiori tra i capelli. Si avvicinò a me con grazia e mi tolse la corona di spine. Vieni, disse, ti darò rifugio dalla tempesta” che mi fa sciogliere tutte le volte.

6. Here I go again – Whitesnake
Colonna sonora di un week end a Londra, dopo aver visto il musical di Rock of Ages e pezzone di hard rock anni ’80 degli Whitesnake. “Here I go again on my own, goind down the only road I ever known”. La versione originale (che è quella linkata qui) canta “Like a hobo I was born to walk alone”, ma fu sostituito con “like a drifter”, perché la parola “Hobo” suonava troppo simile a “Homo” con tutto quello che ne consegue.

7. I hope that I don’t fall in love with you – Tom Waits
Ballattona splendida su un uomo che passa il tempo a guardare una donna, una sera, in un bar, fantasticando su di lei, sull’avvicinarla o meno, sperando di non innamorarsene. Quando alla fine è pronto a fare la sua mossa lei è andata via e lui capisce che, ormai, è innamorato.

8. Summer in the city – Regina Spektor
È stata un’estate piena e, come mi capita quando ho un sacco di pensieri, ho spesso preso l’iPod e sono uscito a passeggiare, senza meta prefissata, guardandomi intorno, pensando agli affari miei. E Regin Spektor mi ha accompagnato in tutte le passeggiate, con questa canzone sul caldo e sulla solitudine di una città vuota, quando tutto sommato credo di cavarmela abbastanza bene. È solo che quando è estate in città e tu sei andata via da un po’ ogni tanto sento la tua mancanza.

9. Little black submarines – The Black Keys
Scoperta dell’anno, grazie a un’amica che me l’ha segnalata, i Black Keys sono stati un’iniezione di buona musica che mi ha spinto ad andare a vederli in concerto, a Dicembre, e che hanno suonato nelle mie orecchie tanto e a lungo, mentre scrivevo. Questo è un pezzone che, come dice un’altra amica, ha molti echi di Stairway to heaven nella costruzione e che è semplicemente strepitosa. La versione live a cui ho assistito era da brividi.

10. Rocket man – My morning jacket
Un classicone di Elton John cantata con un’atmosfera più rarefatta e aliena della versione originale. La perfetta rappresentazione di un uomo perso nello spazio che non ha il coraggio di ammettere che non capisce cosa sta facendo e che le persone intorno a lui si sono fatti un’idea sbagliata di quello che fa. Ho ricordi di belle sessioni di scrittura, con questa canzone nelle orecchie (OK, ero anche saturo di vodka, un paio di volte, lo ammetto).

11. How – Regina Spektor
Ché lei si conferma un po’ la vincitrice del mio 2012, credo sia stata quella che ho ascoltato più di tutti. Canzone tristissima sull’andare avanti senza riuscirci. E basta. Non c’è altro da dire, a parte che è bellissima.

12. Norwegian Wood – The Beatles
È la canzone che la metto su e mi trascina nei ricordi con una potenza e una forza inarrestabili. E poi rimango a farmi cullare dalle note e immagino storie, persone, avvenimenti. Purtroppo dura troppo poco, ma significa che si preme il tasto per riascoltarla ancora e ancora (e ancora) un po’ prima.

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2 risposte a Let your pain just leave you when you sing she said

  1. Robie ha detto:

    Trovo sconcertante che tu non abbia inserito il Pulcino Pio, colonna sonora del tuo weekend d’agosto 2012 a Trieste. Se ne avrà molto a male.

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