The road is now calling and I must away…

A Settembre sono entrato nell’ufficio del mio Direttore e gli ho detto che me ne sarei andato.
C’è una gag ricorrente, al lavoro da me, una roba stupida di quelle che manco fa ridere, ma che è talmente radicata, che ormai ha preso piede ed è automatica. In pratica, nelle giornate difficili, quando ci sono grossi problemi o uno, banalmente, non ne ha voglia, si va dall’altro (di solito dal Direttore o da me) e si dice una cosa del tipo “Io vado a casa, ho un sacco di ore di recuperare” e l’altro risponde “Fila subito a lavorare”, simulando il rumore di una frusta (sì, non fa ridere, lo so, l’ho già detto io).
Quando ho detto al Direttore “io vado via”, lui ha sorriso e ha risposto “Eh certo, che hai, ore da recuperare? Fila alla scrivania” e rumore di frusta. Poi c’è stato questo momento di silenzio e ha capito che non parlavo di quello.

Com’è tipico di quella cosa che la vita è quello che ti succede mentre fai altri progetti, due giorni dopo, mio papà ha cominciato ad avere qualche problema di salute. Una cosa che potremmo inserire tra “poteva andare molto peggio” e “è una rogna non da poco”. Il risultato è che non gli ho detto che mi ero licenziato, perché non volevo aggiungere preoccupazioni a quelle che già erano esplose.
Questo ha portato a questo strano rituale del sentirsi al telefono e parlare della salute di mio padre e, quando si parlava di lavoro, essere un po’ evasivi, limitarsi a “ma sì, tutto al solito”, mentre si spostava l’argomento su libri e film e cose successe.
Dopo tre settimane di questo andazzo, quando la questione salute aveva dei contorni più definiti, ho preso il coraggio a due mani e gli ho dato la notizia.
C’è stato anche lì quell’attimo di silenzio e poi hanno realizzato che l’avevo fatto davvero.

Da Settembre a oggi sono stati mesi complicati. Ho continuato a lavorare fino a Dicembre, per dare un mano con le ultime fiere e per organizzare un passaggio di consegne il più possibile completo e senza lasciare vuoti.
Contemporaneamente ho cominciato a organizzare la mia partenza.
Ho deciso di andare a vivere a Valencia dove, presumibilmente, mi aspetta una vita da riorganizzare quasi da zero. Dovrò imparare una lingua, cercarmi un lavoro, farmi nuovi amici, crearmi nuovi ritmi e nuove abitudini e rituali.
Ho la fortuna di non farlo da solo, ma di avere accanto una persona con cui ho cominciato una relazione che è diventata bella e importante, ma questo mitiga solo in parte nervoso e paura. Ma, credetemi, se vi dico che senza questa persona sarebbe tutto ancora più spaventoso e che sono fortunato ad averla vicino.

Cinque anni fa ho mandato all’aria la mia vita fino a quel momento. Ci sono state strade percorse, errori fatti, decisioni a volte azzardate. Il risultato è stato che mi sono trovato di nuovo da solo. Come dicevo un tempo: un’armatura senza niente dentro.
Ho passato gli ultimi anni cercando di riempirla con cose che mi piacessero, che mi facessero sentire una persona migliore. Non so se ci sono riuscito. Non credo.
So che ci sono lati di me che ne sono usciti migliorati e rafforzati e che ci sono ancora un sacco di spazi vuoti.
Ma sono stati cinque anni pazzeschi, pieni di cose, di persone, di esperienze, di viaggi, di nuove scoperte, di vecchie conferme.

L’altro giorno sono andato a bere una cosa dalla signora Afra, al bar vicino a casa in cui sono stato praticamente adottato. Mi sono seduto al tavolo che ho occupato per tanto tempo, dove ho scritto praticamente due libri, facendo colazione o bevendo spritz, e sono rimasto lì a guardarmi intorno. Un po’ come quella cosa della vita che ti passa davanti quando stai per morire, ho guardato cinque anni passarmi lì davanti. Sono stati complicati, ma sono stati anche belli. Mi mancheranno certe cose, ma sono anche felice di non viverne più altre.

Tutto il romanticismo della cosa ha cominciato a traballare, nel momento in cui ho cominciato a preparare le scatole per il trasloco. È stato uno shock per tutta una serie di motivi: aprire certi cassetti fa ancora male e prendere certe decisioni fa ancora paura. I primi giorni sono stati traumatici e tristissimi. Poi subentra una tranquillità emotiva maggiore, si supera il primo passo e ci si lancia per quel sentiero di ricordi, accettandone buona parte, subendone un’altra, ma anche cominciando ad afferrare i contorni di un concetto fondamentale: come cinque anni fa, ho modo di ricominciare. E se la cosa mi fa paura, dall’altro mi elettrizza l’idea di poter, nuovamente, cambiare delle cose, riempire quegli spazi vuoti dell’armatura, avere la possibilità di essere diverso. Non necessariamente migliore, ché non ho più vent’anni e ci sono lati di me, anche pessimi, a cui sono affezionato. Però avere il potenziale, per farlo, è comunque una fortuna che non posso ignorare (e, comunque, niente come un trasloco per imbarazzarsi per i libri letti e i CD comprati negli ultimi dieci anni).

Mentre parlo, fuori ha cominciato a nevicare. Oggi dovrei portare giù le scatole che verranno a recuperare martedì. Sette anni fa, mi spostai in questa casa sotto la neve. Non so se sia un segno premonitore, ma è abbastanza straniante.
C’è stato un momento, mentre svuotavo le mensole dei libri, in cui ho guardato quelli che erano ancora lì sopra e che sapevo avrei regalato o devoluto in beneficienza, in cui ho realizzato QUANTO questo posto sia casa mia. Ho passato anni cercando di farla diventare, senza riuscirci mai completamente. Ma quando ho guardato quei libri, improvvisamente, mi sono trovato a pensare che questa è casa, che lo è stato per anni e che andare via è doloroso, sotto molti punti di vista.
Immagino sia vera, quella cosa che ci si accorge di cosa si sta lasciando, quando la si lascia, ma questo non lo rende meno difficile.
Non so cosa sarà di questo appartamento. Non ho progetti precisi, non ho idee sicure. Ho una vaga linea guida che, in questo momento, è coperta dalle scatole ancora da fare, dai gatti da riuscire a portare in Spagna e da tutta una serie di pensieri che hanno la precedenza.
Ma ora so che, qui, ci sono anche tanti bei ricordi, in mezzo a quelli tristi che mi hanno pesato addosso per tanto tempo. Che ogni stanza ha un qualcosa di dolce che mi pervade, quando ci entro e mi guardo in giro, e che, insieme alle lacrime e alle sbronze tristi e ai denti stretti e alla paura e alla rabbia e alla frustrazione e al senso di fallimento, tra queste quattro pareti c’è stata anche tanta amicizia, ci sono state risate, sesso, scrittura, momenti di relax, musica, film e tanti altri piccoli momenti che non andranno mai via.

Fuori nevica. Comincia a essere bianco, sui tetti e per strada.
Mi alzo e vado a spostare le scatole. Cosa ne sarà, da qui in poi, lo scoprirò da qui in poi,

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5 risposte a The road is now calling and I must away…

  1. llisaah ha detto:

    Molto bene. Molto bene.
    In bocca al lupo.

  2. giuliacalli ha detto:

    Come mi suona familiare questo momento di passaggio, quando scompigli completamente la vita e prendi una decisione importante in cui ci sono anche molti scatoloni coinvolti.
    Che dire, la Spagna a me ha dato tanto in questo senso, e ho pure affrontato tutto in completa solitudine. Quindi se hai a fianco una persona bella e importante con cui condividere questo momento, non può che andare bene. In bocca al lupo 🙂

  3. La il@ ha detto:

    Buona fortuna e Buon Viaggio lungo il cammino della tua Vita. Non ho usato il termine “sentiero” ma “cammino” perchè di sentieri ce ne sono molti, molti i bivi e le deviazioni. E talolta si può decedere di andare anche fuori dal tracciato. Questo è il tuo Cammino. Per quanto lungo possa essere, per quanto poco lineare, ti auguro che ti riporti a te. Ce sia là, qua, o altrove. Buen Camino, di cuore.

  4. gattasorniona ha detto:

    Leggo con mostruoso ritardo questo post intenso, bello.

  5. Marina ha detto:

    …mi accorgo solo ora di questi fantastici post…
    Hai la splendida capacitá di trasmettere con le parole le tue emozioni…è bellissimo leggerti.
    Un abbraccio

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